sabato 19 agosto 2017

Il treno


Luca Mascagni salì sul treno alla stazione di M.; era il primo passeggero. Scelse un sedile accanto al finestrino e guardò l’orologio: ancora mezz’ora alla partenza. Si guardò attorno: era una vettura modernissima, con comode poltroncine in plastica blu d’avanguardia e un pavimento verde chiaro; i finestrini non si potevano aprire, ma un efficiente impianto di aria condizionata provvedeva a mantenere il clima confortevole.

Passò qualche minuto. Non era salito nessun altro. Luca Mascagni si chiese se non avesse sbagliato treno, se quei vagoni per qualche motivo non effettuassero servizio. Dietro i finestrini continuavano però a passare gli altri passeggeri, diretti a vetture posteriori.

Luca guardò la stazione: nella penombra delle volte i ferrovieri si affaccendavano al lavoro, gli operai con secchi e ramazze pulivano le carrozze del treno per P., in partenza di lì a un’ora; alla sua sinistra partì il regionale per C., consentendogli di spaziare con lo sguardo fino al binario 20, ai caseggiati anneriti dallo smog al di là della stazione.

Ancora passeggeri avanzavano senza salire: passò una ragazza con i capelli biondi e un libro sotto il braccio, quindi un sacerdote con il clergyman, un uomo in giacca e cravatta con una cartella di pelle. Nessuno di questi entrò nella carrozza, mancavano cinque minuti alla partenza e una vaga inquietudine cominciò a farsi largo nella mente di Luca Mascagni.

Infine salì un anziano ferroviere con un’enorme barba bianca e un tintinnante mazzo di chiavi appeso all’inappuntabile divisa blu e verde. Il capostazione accordò la partenza e il convoglio si mise in moto infilando la lunga galleria.

Uscito dal tunnel, il treno viaggiava come sospeso, sembrava galleggiare su un cuscino d’aria, alla maniera degli hovercraft. All’improvviso, prima di giungere alla stazione di G., con stupore di Luca Mascagni, il treno decollò e si levò sopra le nuvole. No, solo la sua carrozza - vide Luca - era in volo e lo conduceva al Paradiso, guidata dall’anziano ferroviere, al quale, dietro la giacca verde d’ordinanza, erano spuntate un paio d’ali.


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LESLIE REAGAN, “NEW YORK TO CHICAGO”

sabato 12 agosto 2017

La passione per il cinema


In quel periodo mi appassionai al cinema: andavo all'Ariston, all'Odeon, talvolta - la domenica pomeriggio o anche il sabato - a Bolzano. Comperavo tutti i mesi la rivista Ciak e mi tenevo al corrente delle ultime uscite.

Alberti mi fece sapere che allo School Village avevano organizzato un cineforum per ottobre e novembre e ci iscrivemmo. Ci andavamo la sera e, se avevamo tempo, ci fermavamo in un bar lì vicino per bere un caffè o una birra prima di tornare in caserma. Così ci gustammo "Ultimo minuto" di Pupi Avati, "Good Morning Babilonia" dei fratelli Taviani, "Quartiere" di Silvano Agosti, a dire il vero un po' complicato, "Cartoline italiane" di Memè Perlini, spendendo meno che per il cinema propriamente detto.

All'Ariston vidi "Arancia meccanica" con Miglio, che poi chiese al gestore la locandina, "Good Morning Vietnam", "Attrazione fatale", "Scuola di polizia 5" giusto per ridere un po'. All’Odeon, su verso Maia Alta, presso la pizzeria Arcadia e il giardino botanico, quando non c’erano i porno davano ottimi film, come il lungo "L'insostenibile leggerezza dell'essere" o "Frenesie militari" o ancora "Chi protegge il testimone". A Bolzano scendevamo con il treno nel sole dei campi di mele e l'Adige era un ribollire di specchi rotti. Giravamo un po', poi entravamo nel cinema e, usciti, andavamo in una pasticceria sotto i portici a fare quattro chiacchiere con una cameriera. Vedemmo "Il piccolo diavolo", "Il principe cerca moglie", "Donne sull’orlo di un esaurimento di nervi" di Almodòvar, il divertentissimo "Chi ha incastrato Roger Rabbit?", "Bull Durham".

La passione per il cinema mi durò fino all’estate successiva, quando al mare, in un cinema all'aperto, vidi ”Rain Man" e qualche altro film che neppure ricordo. Quella passione se n’era andata con l’anno di militare.

Ottobre 1995


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FOTOGRAFIA © CLASSIC CINEMA SCHOOL


sabato 5 agosto 2017

Un caldo assurdo


Fa un caldo assurdo. Ci sono 35 gradi e un’umidità da sud-est asiatico. Ricordo un’altra sera calda così, molti anni fa, in una località di mare. Sedevo al tavolino di un bar con gli amici. Davanti avevo un enorme bicchiere di vetro con una granita al lampone e grondavo di sudore, i capelli che allora portavo più lunghi si arricciavano sul collo e sulla fronte. Tra una partita e l’altra a scala quaranta discorrevamo di noi e delle nostre vite, ci ragguagliavamo sulle amicizie comuni. Succede così a chi si ritrova soltanto una volta l’anno. La sera era caduta presto, era già agosto come adesso, e una mezza luna velata dall’afa splendeva giallastra in un cielo che aveva anch’esso il sapore del caldo.

Il mio ingenuo sogno d’amore si era infranto ormai da qualche giorno, giaceva a pezzi da qualche parte sul litorale, dove avevo visto la mano di lui sospingere dolcemente la schiena di lei ad un passaggio, come se volesse in quel modo sottolinearne la proprietà – allora almeno lo interpretai così, in realtà ora lo vedo come un gesto romantico, una cura, ma si sa che agli occhi innamorati ogni cosa appare sotto una lente deformante.

Il risultato fu però che divenni abulico, che spesso mi distraevo e gli amici dovevamo invitarmi al gioco: «Cesare, Tocca a te». Il fatto era che l’avevo assediata a lungo, che l’avevo rincorsa come s’insegue un sogno, pedinando il suo vestito azzurro lungo le vie della sera, perdendola e ritrovandola. Il fatto era che io non conoscevo di lei che l’esteriorità che mi proponeva. Come quella volta che, attraversando il sentiero nella pineta senza secondi fini, in mezzo a quei residence isolati, con sorpresa di entrambi lei pose la mia mano sul suo seno. Eppure, nessuno parlava al suo cuore come facevo io, anche quando restavo zitto mentre guardavamo le stelle la notte in spiaggia. E ora mi ritrovavo ad amare di meno, ad amare come un uccello in gabbia, che canta selvaggio solo perché straziato, ricordando i voli sulle rose e sui verdi prati. Mi ritrovavo come Catullo ad amare di più ma a voler bene di meno…

Fa un caldo assurdo stasera. Ci sono 35 gradi e i ricordi di certo non giovano. Accenderò il ventilatore.


Ventilatore

FOTOGRAFIA © COUNTRY LIVING

sabato 29 luglio 2017

I riti del Presidio


Durante l'anno di servizio militare ero scritturale alla Delegazione Presidiaria, prima nota come Presidio in quanto indipendente dall'analogo ente di Bolzano. Il primo mese avevo un collega più anziano; quando si congedò dopo un mese in cui rimasi solo, mi affiancarono un alpino appena uscito dal Car. Gli insegnai i riti che vigevano da chissà quanto in quell'ufficio, come me li aveva insegnati l'alpino dello scaglione più avanzato.

C'era ad esempio una specie di gioco dell'oca ricavato da una scatola di carta per ciclostile - un rettangolo largo il doppio della sua altezza: non c'erano i classici numeri, ma quelli da 350 a 1 e quell’uno era un’alba radiosa, ovvero contava i giorni che mancavano al congedo. Le pedine - solo due - erano bandierine triangolari di colori diversi incollate a uno spillo: ogni mattina aprivamo il cassetto dove era riposto e spostavamo avanti di uno il nostro segnalino.

In un armadio, attaccato con del nastro adesivo ad un'anta metallica, c'era l'elenco di tutti gli scritturali che erano passati di lì - una ventina d'anni mi pare di ricordare, quindi circa quaranta nomi cui aggiunsi anche il mio con annessa firma e cui feci aggiungere il nome del mio nuovo collega. Quella che si poteva in qualche modo definire la "stecca" di quell'ufficio.

Avevamo poi il timbro con la dicitura "Annullato" e alle cinque di sera (il mezzogiorno del sabato) stampigliavamo sul calendario in inchiostro rosso a fianco del giorno appena trascorso un "Annullato". Era un giorno di meno a separarci dalla libertà, era la valvola di sfogo che ci permetteva di tirare avanti. Così spegnevamo le luci, chiudevamo l’ufficio e andavamo a prepararci per uscire pregustando la libertà di giorni futuri.

Ottobre 1992


sabato 22 luglio 2017

Al crepuscolo

La sera cade sui monti come un mantello di luce che li veste a lungo in un gioco di riflessi e di colori che sfumano sempre più fino al crepuscolo. Sulle Dolomiti c’è addirittura un termine per indicare il variare dal rosa al rosso al viola del cielo sulle particolari rocce formate di dolomia, la “enrosadira”. È un lungo tramonto che non vuole mai finire: il tempo sembra improvvisamente fermo, così nella memoria l’attimo si è cristallizzato e illumina con la sua luce.

Sono sempre stato affascinato dai tramonti, dai crepuscoli – è la mia anima romantica, mi ha detto una volta un’amica, che si avvolge nell’ultimo sole: in queste giornate che non vogliono morire mai rimango a lungo a guardare la luce svanire lentamente sulle colline brianzole, che da verdi diventano viola e poi blu. È al crepuscolo che ci si isola, che si ascolta la natura, che si prova ad entrare in sintonia con l’universo. Quella magia, quella poesia, ci riempiono di una serena armonia e anche noi, come il viaggiatore che inizia la sua marcia notturna nel deserto, siamo pronti a continuare il cammino.


2012


QC/Retouched by CWL

FOTOGRAFIA © KLAUS NIGGE/NATIONAL GEOGRAPHIC

sabato 15 luglio 2017

In treno


Il pittore, quando nota un viso interessante, un paesaggio, una veduta che in qualche modo lo attraggono, li ritrae, li disegna, li schizza per fermare l'immagine nel ricordo. Così fa anche il poeta, che invece dei colori, del carboncino, della matita, usa le parole, le rime, le immagini retoriche.

Così faccio ora io, seduto comodo e al calduccio mentre il treno mi porta in città: tento di descrivere la giovane donna che, seduta nell'altra fila di sedili, in diagonale a me, ha attirato il mio sguardo distraendolo dalla corsa delle campagne, delle case e delle stazioni dietro il finestrino.

La ragazza ha capelli d'un castano chiaro, il colore del malto, del grano maturo, che, scendendo sulle spalle, le incorniciano il viso pulito, regolare. Sul viso spiccano gli occhi verdi, un verde anomalo, il verde delle mele, dello stesso colore del gilé che indossa sopra la camicetta bianca. Con la mano destra, forse inseguendo i suoi pensieri, forse per noia, tormenta rumorosamente la vistosa collana d'ambra. E la mano è affusolata, mano da pianista, bianca e liscia. Le lunghe gambe, in comodi pantaloni di lana color sabbia, le tiene distese sotto il sedile di fronte...

Siamo arrivati. La ragazza indossa il cappotto, prende la sua borsa e svanisce come un’ombra davanti ai miei occhi infilando il sottopassaggio.

17 novembre 1992


EDWARD HOPPER, “SCOMPARTIMENTO C, CARROZZA 293”

sabato 8 luglio 2017

Dove comincia il viaggio

“La carta geografica, insomma, anche se statica, presuppone un’idea narrativa, è concepita in funzione d’un itinerario, è un’Odissea”. Così scriveva Italo Calvino nel 1980 su “Repubblica”, nell’articolo intitolato “Il viandante nella mappa”, poi raccolto in “Collezione di sabbia”.

È lì che comincia il viaggio, da quella pianificazione sulla carta, dal momento in cui la spieghiamo su un tavolo abbastanza ampio e cominciamo a familiarizzare con i nomi, a seguire strade e fiumi, a orizzontarci, a scoprire luoghi da visitare. Il viaggio è già tutto lì, in quella ipotesi, in quel dire “Qui dobbiamo assolutamente andare” o “Questo è un edificio da visitare”. Già l’itinerario si costruisce, i toponimi si insinuano nella mente, spilli invisibili si puntano su quella mappa.

Per noi, in quel momento, è come se la carta geografica fosse in scala 1:1, come nel racconto di Borges in cui la mappa di carta si sovrapponeva perfettamente all’Impero cinese. Siamo i viaggiatori e ci trastulla quel passatempo infantile. Siamo i sognatori che, senza muoversi da quell’ampio tavolo dove abbiamo posato la carta, già volano a inseguire la meta, leggeri come un palloncino.

2008


FlightPlan

ROB GONSALVES, “PIANO DI VOLO”