sabato 27 maggio 2017

Notte di luglio

 

La notte di luglio se ne andava via sotto un cielo di stelle, il mare continuava a cullare la sua inquietudine onda su onda, minuto dopo minuto. Venivamo dal chiasso della discoteca, avevamo ballato a lungo e la musica dei Novecento ci restava nelle orecchie come un mantra: “I'm movin' on, my love play until a new day comes back glad to see me movin' on, my love pray that you won't lose me. I'm movin' on… I'm movin' on”. Avevamo acceso un falò con qualche legnetto strappato alla marea e una copia del Gazzettino abbandonata su una sdraio. Ci sembrava che anche i nostri sogni ardessero in quel modo, che quel sentimento festoso che provavamo l’uno per l’altra divampasse allegro su quella spiaggia di notte.

Vivevamo il momento: forse quell’essere consapevoli del carpe diem, quel nostro essere consci che avevamo soltanto il presente e non il futuro, era ciò che ci riempiva di ebbrezza. Non avevamo niente da chiedere l’uno all’altra, non avevamo pretese, ci appartenevamo soltanto per poco, per il brevissimo spazio di qualche giorno e notte di luglio, ed era giocoforza vivere ogni cosa intensamente, allo spasimo. Amarci aveva una sorta di densità: non dovevamo pensare alla malinconia dell’addio, all’amarezza dell’abbandono, ma dovevamo concentrarci soltanto su quello che facevamo, per farlo nostro, per trasformarlo irrimediabilmente e istantaneamente in ricordo.

Restavamo sdraiati a guardare le stelle, mentre la brezza portava spruzzi e le faville volavano alte e rosse nel buio. Eravamo ebbri di noi, ebbri delle parole che dicevamo, insensate, inutili, vuote, eppure così necessarie per non disperarci, per non salutarci lì, una volta per sempre. Il futuro non esisteva, era una nebulosa troppo grande e troppo lontana da raggiungere, non potevamo di certo preoccuparcene.

Poi luglio finì…

 

IMMAGINE © LITTLEPAWZ/TUMBLR

sabato 20 maggio 2017

Altri libri

 

Anni fa Stefano Bartezzaghi, cultore dei giochi di parole e dell’enigmistica, aveva proposto un divertissement letterario: inventare trame di libri modificando appena il loro titolo. Per esempio, “Il castello” di Kafka diventa “Il mastello”: l’agrimensore K deve prendere possesso del suo nuovo ufficio, ma nessuno gli dice dove deve andare, finisce per innamorarsi di una simbolica lavandaia che stende i panni in cortile. Il libro in cui Bartezzaghi proponeva questi giochi si intitolava “Sfiga all’OK Corral”.

Io ho immaginato “Giulietta e Romeno”, una coppia multirazziale che vive le sue difficili vicende quotidiane nella Verona leghista dei nostri giorni: Giulietta è una precaria che si barcamena tra il call center e la pizzeria dove lavora come cameriera nei turni serali; è innamorata di Dorinel, un muratore di Timisoara emigrato in Italia, noto a tutti come il “Romeno”. L’amore è contrastato dalla famiglia di lei, che la vorrebbe sposata a un giovane del posto, magari con un bel lavoro in banca. Anche la famiglia di lui non vede di buon occhio il matrimonio, lo vorrebbe sposato a una ragazza romena con il costume tradizionale. La tragedia avviene quando la copia è aggredita da un gruppo di naziskin: Giulietta stuprata, Dorinel ucciso a botte. Per il dolore Giulietta si uccide gettandosi dagli spalti dell’Arena.

Il gioco ha migliaia di possibilità, lasciate alla fantasia e all’immaginazione. Certo, sarebbe meglio che vi fosse una certa attinenza con il libro originale. Qualche altro esempio:

IL BULINO DEL PO: Monumentale storia di una famiglia di orafi incisori della Bassa Padana che attraversa un secolo di vita italiana. (Riccardo Bacchelli, Il mulino del Po)

IL PRETE BULLO: Vita di un “prete da strada” alle prese con gli emarginati e gli sfruttatori: guida una motocicletta potente indossando un giubbotto di pelle nera. Tenero con i deboli e arrogante con i potenti. (Goffredo Parise, Il prete bello)

LA COGNIZIONE DEL COLORE: Un artista sudamericano - ma forse brianzolo - quasi impazzisce perché comprende l’intensità del colore di quella terra sudamericana  - ma che forse è la Brianza. (Carlo Emilio Gadda, La cognizione del dolore)

NOVIZIA DI UN SEQUESTRO: Un’efferata banda di sequestratori accoglie una giovane donna e la svezza al crimine. (Gabriel Garcia Marquez, Notizia di un sequestro)

SETE A TEBE: Tebe, assediata, rimane senz’acqua, preda delle epidemie dilaganti. Le ultime ore della città prima della resa. Una tragedia. (Eschilo, Sette a Tebe)

2009

 

Gris

JUAN GRIS, “IL LIBRO APERTO”

sabato 13 maggio 2017

L’importanza della felicità

 

“La felicità non guarisce, ma protegge contro il cadere ammalati” disse il sociologo Ruut Veenhoven dell’Università Erasmus di Rotterdam, forte di uno studio pubblicato nel settembre 2008 sul “Journal of Happiness Studies“. Analizzando trenta ricerche svolte in tutto il mondo su periodi temporali tra uno e sessant’anni, Veenhoven ritenne che gli effetti della felicità siano paragonabili, come incidenza, al fatto se si sia o no fumatori.

Quello stato di benessere potrebbe allungare la vita tra i sette anni e mezzo e i dieci. Le persone felici sono più inclini a controllare il proprio peso e sono moderate nel bere e nel fumare: in generale sono più attente alla loro salute, molto attive, aperte al mondo, più sicure di sé. Di conseguenza, operano scelte migliori. L’infelicità cronica invece è involutiva e produce i suoi effetti alzando la pressione sanguigna e abbassando le risposte del sistema immunitario. I governi, dice Veenhoven, dovrebbero educare alla felicità: non è un caso che la Costituzione americana preveda tra i diritti “the pursuite of Happiness”, la ricerca della felicità.

Del resto i poeti e i filosofi già lo sapevano. Lo sapevano anche i guru indiani e i maestri buddhisti. Ora ci si mettono anche gli economisti, che hanno fondato una branca della loro specialità, l’«edonica»: quantificano e analizzano gli effetti dello stato di felicità che rende la vita piacevole e più ricca, non solo di denaro, spingendo al consumo. Così in più di cento paesi, la voce è inserita tra gli indicatori di crescita economica.

La felicità può essere poi condizionata dall’amicizia e dalle relazioni comunitarie, ma anche da fattori sociali come la libertà, la democrazia e le istituzioni. Come definirla? Gli esperti dicono che è il generale apprezzamento della propria vita nella sua completezza, ovvero uno stato mentale definito il migliore dalla persona interpellata.

“Vivo nell’attimo in cui sono felice” scrisse Edith Wharton in ”L'età dell’innocenza”. Questo è il fine: fare della propria esistenza un lungo periodo felice. “Don’t worry… Be happy”, come cantava Bobby McFerrin nel 1989.

2008

 

Magritte

sabato 6 maggio 2017

Il campo estivo

 

Quando tornai dalla prima licenza in “Bosin” – era la seconda in assoluto, un 48 ore – trovai il bergamasco Rovaris, compagno di camerata, che mi aspettava: «Vai al campo estivo» mi disse, «parti mercoledì, un giorno dopo gli altri. Sei capomacchina, ti è andata bene, così non dovrai sobbarcarti la fatica di montare le tende e la rete idrica». Guardavo quel ragazzo biondo e tarchiato e pensavo che ben strani messaggeri sa trovare la vita. Ero dispiaciuto sul principio, ma considerai con il passare del tempo e il consiglio della notte che in realtà si trattava di una buona occasione, era una specie di vacanza dalla caserma, un’avventura di due settimane a Ponte di Legno.

Sapevo bene che ci sarebbe stato il campo estivo – avevamo preparato le tende, le famose “Zamberletti”, montandole, controllandole e smontandole, i materassini, i “clarinetti” ovvero dei tubi per il loro montaggio, le cucine da campo, gli shelter, i vassoi da campo… ma avevo sempre pensato che non sarebbe toccato a me andarci, il mio nome non era mai stato fatto, nessuno mi aveva detto nulla. Quando fu tempo preparai il mio zaino, ritirai l’equipaggiamento al magazzino e un mattino tra il finire della primavera e l’inizio dell’estate saltai sul sedile di un camion della colonna. Faceva freddo per la stagione e al passo delle Palade avevamo in funzione il riscaldamento dell’ACM. Il sottotenente che ci guidava, sul primo di una mezza dozzina di camion, fermò a Cles e ci offrì un caffè in un bar. Fu un gesto che apprezzai molto, denotava la signorilità di quel giovane ufficiale.

Arrivammo a Ponte di Legno, precisamente in Val Sozzine, dopo l’ora del pranzo. Il campo era già funzionante, mancavano solo pochi dettagli. L’impianto idrico era garantito da rotoli e rotoli di tubi di plastica che pescavano l’acqua dal torrente – l’Oglio, in realtà, ma lì appena formatosi – e i servizi igienici erano stati scavati nella terra.

Mi trovarono un posto in una tenda, gonfiai con la pompa il mio materassino, vi stesi la coperta e il cuscinetto e vi lasciai lo zaino. Cominciarono due settimane di servizi quasi a giorni alterni: corvée cucina, guardia, corvée caserma – che poi significava semplicemente tenere pulito il campo e lo spiazzo dell’adunata particolarmente. Ebbi però il tempo di raggiungere Ponte di Legno, distante un paio di chilometri a piedi, con i miei sodali: andavamo nei bar, nelle paninoteche, cercavamo la vita nella libera uscita che poi consisteva di una birra, un panino con lo speck e il brie e le patatine al chiosco del luna park che stazionava sotto la cittadina, un giro alla UPIM il pomeriggio del sabato e della domenica e fare su e giù per i vialetti che si intersecavano intorno al ponte di legno al centro del paese. Guardavamo anche le partite degli Europei di calcio: a Merano, al Mac Rolands, avevamo visto l’Italia di Vicini pareggiare con la Germania Ovest e battere la Spagna. La sera che si giocò Italia-Danimarca montavo di guardia: faceva un freddo impensabile per giugno: mi fecero indossare il berretto norvegese e il maglione a collo alto sotto la mimetica e mi diedero una bottiglietta di plastica di cordiale che ingollai nel bel mezzo della notte quando il freddo mi parve insopportabile. Avevo la radiolina con l’auricolare ben mimetizzato sotto la falda della norvegese: segnarono Altobelli e De Agostini e l’Italia vinse 2-0 qualificandosi per la semifinale contro l’Unione Sovietica. Quando finì la partita, ascoltai musica. La partita decisiva invece la perdemmo 2-0 e la vidi comodamente seduto in un bar del centro di Ponte di Legno.

Una domenica montai invece di guardia tra i sacchetti di sabbia del bunker posto all’ingresso, sacchetti che avevamo riempito sulle rive dell’Oglio. Trascorsi un'ora lì dentro, guardando i motorini e le automobili passare sulla strada: ragazze e ragazzi che andavano al luna park. Il tenente colonnello, il maggiore, il maresciallo Petruccelli e il sergente Acito giocavano a carte a un tavolino posto all'ombra di un larice. Certo, mi sarebbe piaciuto essere in paese, percorrere le stradine e fermarmi a bere una birra in un bar con i miei commilitoni, ma il dovere era il dovere. Meglio lì che in cucina a lavare le stoviglie metalliche e i pentoloni. Inoltre con l'arrivo del nuovo scaglione, ero salito anche di un gradino: ora ero "nipote di seconda" e avevo almeno qualcuno sotto di me. Le auto che correvano veloci verso Ponte di Legno facevano vibrare l'aria: i miei pensieri scivolavano via veloci e il tempo passò in fretta.

 

Campo estivo

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 29 aprile 2017

Una ragazza tenue

 

È il 28 settembre del 1916. Giuseppe Ungaretti si trova a Locvizza, sul Carso, impegnato nelle battaglie di trincea della Prima Guerra Mondiale. Per sfuggire all'orrore, scrive poesie. L’ispirazione questa sera gli viene dal ricordo: i versi lo portano lontano dal campo di battaglia, dagli attendamenti, dalle gallerie scavate nella roccia. Con la memoria torna a Parigi, dove era arrivato dalla natia Alessandria d'Egitto alla fine del 1912 per seguire dei corsi al College de France e alla Sorbona e dove aveva conosciuto artisti d'avanguardia: Apollinaire, Picasso, Braque, Modigliani, De Chirico, Léger. Su una cartolina di franchigia stropicciata che aveva nel tascapane scrive: “Quando / la notte è a svanire / poco prima  /  di primavera / e di rado / qualcuno passa  / Su Parigi s'addensa / un oscuro colore / di pianto”

Ungaretti nel 1912 aveva 24 anni. In quella cerchia d'artisti c'era una ragazzina sedicenne, Marthe Roux, che si dilettava di pittura e frequentava con la sorella Louise la congrega della Closerie de Lilas, lo stesso caffè dove anni dopo sarà solito scrivere Hemingway. È una notte di fine febbraio, a Montparnasse. L'alba non è molto lontana, il cielo è cupo, nebbioso. Sotto il ponte la Senna scorre grigia, porta via i lumi riflessi nelle sue acque. Il giovane Ungaretti osserva quella ragazza taciturna, sa che Apollinaire vi ha posto gli occhi addosso e gliela contende. Il poeta aggiunge una seconda strofa: “In un canto / di ponte / contemplo / l'illimitato silenzio / di una ragazza / tenue” .

Marthe è un fiore d'alpe tenue e opaco: e lui sente il malessere della ragazza simile al proprio in quella notte da bohémien, ma non fa nulla, rimane lì sul ponte mentre la Senna scorre e si porta via i suoi pensieri: “Le nostre / malattie / si fondono / E come portati via / si rimane.

* * * * *

"Cara Marthe" le scriverà dal fronte nel 1918, "se non sono un libertino, non sono ancora arrivato all'armonia degli angeli; la nostra relazione è stata assolutamente pura, ma io volevo avervi totalmente..."

E quarant'anni dopo, nel 1958, ricorderà di nuovo la ragazza di "Nostalgia": "Ho ancora le vostre foto. Che illusione meravigliosa è stata per me".

2008

 

Cortés

DIPINTO DI EDOUARD CORTÉS

sabato 22 aprile 2017

Pasqua del 1989

 

Se Natale lo passai a casa, nel mio anno di naia, mi toccò invece di trascorrere la Pasqua a Merano: mancavano solo 24 giorni al congedo, ero la “Max” e avevo sei giorni di licenza ordinaria in serbo per la prima settimana di aprile. Nel 1989 la Pasqua cadde il 26 marzo: un giorno che nel ricordo ha la dolcezza della prima primavera e non è solo la nostalgia a renderlo così. C’erano già i fiori nelle aiuole e le classiche sculture di siepi e fiori sul Lungopassirio: il canoista, l’Atlante che regge il mondo… Un bel sole tiepido avvolgeva la città

Ero rimasto solo: i soliti compagni con cui uscivo erano tutti a casa in licenza o assegnati ai vari compiti di caserma. Poco dopo le 9 varcai il passo carraio della Caserma Cesare Battisti e salii verso il centro: Via Palade, Via Petrarca. Raggiunsi Piazza del Teatro e vagabondai poi lentamente lungo i Portici, mi affacciai nel Duomo, dove stava cominciando la messa in tedesco: rimasi ammirato per qualche minuto ad osservare il rito, poi mi avviai verso il Ponte della Posta, riattraversai il Passirio per trovarmi davanti al gotico tedesco di Santo Spirito. Fu lì, sula porta della chiesa che incontrai Marco e un suo amico. Marco lo conoscevo dalla prima corvée cucina alla Leone Bosin: eravamo dello stesso scaglione e ci trovammo a lavorare insieme quel giorno di un giugno ormai lontano quasi un anno. Anche quando fui trasferito alla Battisti, ci capitava spesso di incontrarci per la città o di fissare appuntamenti per uscire a cena.

Ascoltammo la Messa, poi, a mezzogiorno, mi invitarono ad unirmi a loro per il pranzo di Pasqua. L’amico di Marco, che avevo già incontrato in alcuni dei nostri precedenti “vagabondaggi”, aveva la macchina a Merano. Decidemmo su due piedi di salire da Mair am Ort, a Tirolo, località sopra Merano famosa per il suo castello, dove amavamo salire in seggiovia dalla stazione dietro il Duomo per giocare al minigolf o per andare a bere la “boule”, una enorme coppa da macedonia che conteneva frutta a pezzi immersa in un’intera bottiglia di moscato d’Asti.

Entrammo nel locale caratteristico, con i suoi muri rivestiti di legno e le tovaglie a quadri: pranzammo con canederli e poi con un carré di maiale con i crauti, annaffiati da una generosa caraffa di vino bianco. La città si stendeva ai nostri piedi, il fiume scintillava perdendosi tra i vasti appezzamenti. Sentivamo nell’aria la libertà ormai vicina, quel pomeriggio di Pasqua. Finimmo ancora una volta a bere la “boule” e lasciammo che il giorno si sciogliesse, quella prima domenica con l’ora legale che portava più in là il tramonto sulle montagne azzurre.

Presto sarebbe cambiata la nostra vita, lo sapevamo benissimo. Presto quell’anno di naia sarebbe finito diritto nel baule dei ricordi. Ma intanto eravamo là, a rovesciare il liquido dorato nelle coppe, a inforcare pezzi di mela verde e fragole e il momento aveva la malinconica dolcezza delle cose sospese tra passato e avvenire.

 

Tirolo

sabato 15 aprile 2017

Lo stupore

 

“E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto”.


È il Vangelo di Luca (24,12): si parla di Pietro, che è andato a verificare il racconto delle pie donne, preso per vaneggiamento dai discepoli. Il discepolo di Gesù ha trovato il sepolcro vuoto e le bende lasciate a terra. Torna a casa pieno di stupore.

Stupore. È quello che va sempre più mancando ai nostri tempi, in cui lo scientismo tecnologico tende a diffondersi come una piovra e vorrebbe misurare il mondo fin nei suoi più piccoli micron e vorrebbe spiegare tutto sulla base del visibile, annientando la poesia del mistero. Forse solo i bambini si lasciano cogliere dallo stupore. Ma poi crescono e sono già scafati a dieci anni. Le storie di bullismo nelle scuole ne sono la testimonianza più evidente.

E allora, persa l’ingenuità un po’ naif degli antichi, ecco che per stupirsi occorrono i paradisi artificiali, i rave, le folli corse in auto. Più che lo stupore, la disperazione delle vite vuote.

 

24 marzo 2008, Lunedì dell’Angelo

 

Burnand

EUGÈNE BURNARD, “PIETRO E GIOVANNI COORONO AL SEPOLCRO”