venerdì 13 marzo 2009

L'anno che la primavera non arrivò


Fu nel 2049. Lo ricordo come se fosse ieri e invece interi anni sono passati. Allora ero uno studente di liceo e ora sono un anziano e azzimato professore. I miei capelli si sono diradati e si sono fatti bianchi, il mio corpo è raddoppiato di peso e ha perso l'agilità che aveva. Ma la memoria, quella è viva anche più di allora.

Fu nel 2049 dunque che la primavera non arrivò. Dopo il Natale del 2048, magro e di crisi, festeggiato ormai da uno sparuto gruppo di credenti, e il Capodanno, finito un gennaio tra i più freddi che si ricordi, aspettammo la primavera, annunciata di solito da piccoli segnali: le gemme che erompono dai rami, i primi fiori che sbucano dal terreno, le primule, l'elleboro, gli amenti dorati dei noccioli... Ma venne febbraio e nulla di tutto questo apparve. "Sarà per via del freddo intenso di questo inverno" dicevano tutti, i soloni del meteo pontificavano di effetto serra, dell'abuso di carbone dopo l'esaurimento del petrolio.

Passò anche il mese breve con il suo Carnevale e le sfilate di carri. Niente, non succedeva niente: né gemme, né primule, né bucaneve. Il sole era sì più alto nel cielo ma non scaldava. A marzo ci sentimmo tutti sfiduciati, giorno su giorno passava e si rimaneva nell'inverno: rami nudi, nevicate, brinate, nebbie fitte. Il 18 aprile ci fu la Pasqua e fu triste non vedere i peschi fioriti né i petali dei ciliegi cadere lievi e ricoprire la terra - fu bianca comunque, ma per il gelo.

Si cominciò ad essere tutti preoccupati: qualcuno era riuscito a fare l'equazione primavera=cibo, quindi senza fiori non ci sarebbero stati neppure i frutti. Iniziò la corsa all'accaparramento selvaggio di provviste. Il governo di centrodestra-centrosinistra guidato dalla signora Barbara Berlusconi istituì il razionamento. Vi fu un riflusso di cristianesimo (si sa, come dice il vecchio adagio, che "quando non ce la fai più, ti attacchi al buon Gesù") e le chiese si riempirono di fedeli in preghiera. Le messe di Pasqua erano stipate all'inverosimile, oltre un milione di persone in Piazza San Pietro prese parte alla funzione celebrata da Papa Clemente XV: il Santo Padre, che si proteggeva dal freddo con il camauro e il manto bordato d'ermellino, tenne un'omelia storica, quella divenuta poi famosa come il "Nuovo discorso della Montagna", invitò alla speranza e alla redenzione con parole dure come macigni che incidevano rughe profonde sulla sua faccia africana.

Ma nulla accadde. Né a maggio fiorirono le rose, solo rami nudi. I più fiduciosi avevano anche provveduto alle potature, ma non si verificò nessuna crescita: dalle viti tagliate non stillavano le lacrime, dai fichi non scendeva la goccia di latte. Nulla. Il freddo continuò a imperversare con bufere e tormente, i camini fumavano, i termosifoni scottavano - i soliti pensatori da salotto spiegavano che così facendo avremmo peggiorato le cose innescando una spirale, però loro stavano in maniche di camicia negli studi televisivi e non pensavano certo di abbassare i riscaldamenti.

Venne anche giugno: le novene nelle chiese si moltiplicavano, il settore turistico marino e lacustre, che sarebbe dovuto andare a gonfie vele, languiva. In compenso le località sciistiche facevano affari d'oro da ormai nove mesi e la Coppa del mondo di sci era stata replicata. Gli animali in letargo si svegliarono affamati e iniziarono a scendere verso le prime case nei paesi delle valli. E tutti eravamo tristi e piangenti, grigi nel grigio.

La notte tra il 20 e il 21 giugno avvenne il miracolo: andammo a letto tutti ben coperti con i pigiami di flanella e il piumone. Fuori c'era la nebbia e la temperatura si aggirava intorno ai quattro-cinque gradi. Prima dell'alba però le coperte furono insopportabili, tutti ci svegliammo in un bagno di sudore. Quel mattino, saranno state le quattro, mi alzai e spensi i caloriferi. Mentre bevevo un sorso d'acqua in cucina per poco non lasciai cadere il bicchiere: fuori era arrivata l'estate: ai fanali della piazza potevo chiaramente scorgere le foglie dei platani, non gemme o foglioline, ma proprio foglie ben formate. Gettai in un angolo il pigiama di flanella e recuperai dall'armadio i bermuda e una maglietta. Corsi in strada: si stava benissimo, ci saranno stati un diciotto-venti gradi e le piante avevano le foglie e i fiori, alcuni pruni del viale addirittura i frutti. Altra gente scese in strada, arrivò anche mio padre e mi abbracciò forte. Anche gente che non avevo mai visto si abbracciava e mi abbracciava, ci si stringeva le mani, ci si baciava come a Capodanno. L'estate era arrivata!

Certo, ci chiedemmo perché avevamo perso un'intera stagione, ma nessuno riuscì a dare una risposta. I fondamentalisti parlarono di punizione divina e fu in effetti la teoria più sostenuta. L'ultraottantenne geologo Mario Tozzi disse invece che l'effetto serra ne era la causa. Altri diedero la colpa a qualche nuova arma sperimentale degli Stati Uniti o della Nuova Russia o a effetti della recente guerra a tre tra India, Pakistan e Cina.

Fatto sta che quel giorno stesso, il 21 giugno del 2049 - era un lunedì, caricammo i bagagli in macchina e corremmo al mare, a scottarci la pelle bianca sulla spiaggia e a fare lunghissimi bagni nell'acqua salata.


Fotografia di DR