venerdì 24 dicembre 2010

Notte di Natale nella steppa russa

 

Il 24 dicembre 1942 la Divisione Julia era nei pressi del Don, nelle tane scavate sulla linea del fronte tra Krinitscnaja e Ivanovka. Il comando era stabilito a Nova Troitzkoije, i tedeschi del 24° Corpo corazzato, da cui ora la divisione dipendeva, erano invece alloggiati belli comodi in un kolchoz, lo Stalina. La Julia teneva duro, cercando di tappare la falla provocata dallo sfondamento sovietico iniziato con i combattimenti del 16 dicembre. Le perdite cominciavano a essere tante, il freddo era sempre più intenso.

La notte di Natale l’alpino Giobatta Francescon era di guardia appena fuori dai rifugi da talpe ricoperti da assi di legno di betulla. Il gelo era infernale, gli scolpiva candele di ghiaccio sulla barba, sul viso, gli pendevano strane decorazioni ghiacciate dal cappello, dal lungo pastrano bordato di pelliccia. E quel freddo gli penetrava nelle ossa, gli rendeva insensibili i piedi calzati da quelle strane scarpe inviate dal Comando: pezzi di legno ai quali erano cuciti degli stivaletti di tela. almeno avesse avuto uno di quei valenki di feltro che indossavano i russi!

Sparavano lontano, chissà dove lungo il Don, sulla linea del fronte, magari dove c’erano la Cuneense o la Tridentina. Quei dannati tedeschi erano più giù: si scansavano sempre, lasciavano fare tutto il lavoro agli altri, ma quando c’era da usufruire delle comodità erano in prima fila, come quando fecero buona parte del trasferimento in treno lasciando gli italiani a marciare sotto il sole della steppa. Quanta polvere! Ma almeno faceva caldo allora. Giobatta scuote i piedi, cerca di riattivare un po’ la circolazione al ricordo di quel luglio tra i campi di girasole.

All’improvviso un frullo d’ali. Pernici. No, fagiani. Ma no, a quest’ora di notte… Guarda verso il fiume, verso i nemici: ma il movimento è più vicino, appena oltre i reticolati. C’è una luce, sta per dare l’allarme, poi si ferma di colpo: dal chiarore compare un angelo bellissimo, vestito di azzurro, con i boccoli biondi e la fascia con scritto Gloria, come nelle incisioni che aveva visto sulla Bibbia di sua madre. L’angelo gli fa segno di seguirlo. Giobatta per prudenza non abbandona il fucile, si stringe ancora di più nella pelliccia del bavero e avanza con un residuo di diffidenza verso l’angelo. Ma ogni sua resistenza è vinta quando vede la fonte della luce: è la sua baita sulle montagne del Friuli, coperta di neve. Nella stanza brilla la fiamma allegra e calda del camino; si avvicina alla finestra e guarda: dentro c’è sua moglie con lo scialle e i bei capelli ramati mandano riflessi al bagliore del fuoco. Stringe al seno il bimbo piccolo, quello nato a maggio, che lui ha fatto in tempo solo a salutare prima di partire per la Russia. Che serenità immensa regna in quella casa, e lui qui nel gelo della steppa. Ma com’è possibile che riesce a trovarsi in due posti contemporaneamente?

Non fa in tempo a rimuginare questo pensiero che un colpo di katiuscia squarcia l’aria con un fragore lacerante e colpisce proprio il punto in cui si trovava per la guardia pochi minuti prima. Salta in aria un pezzo del reticolato, si leva una nuvola di ghiaccio e neve, volano qua e là brandelli di legno. Giobatta resta con lo sguardo fisso su quel vuoto, su quei pezzi anneriti, sul filo spinato contorto che adesso gli fa pensare alla corona di spine di Gesù... Torna a voltarsi verso l’angelo, verso la sua casa: c’è solo il buio, soltanto l’uniforme grigiore della steppa. Dall’altra parte del fiume cantano, le voci giungono sull’onda del vento gelido che si attacca alla pelle e fa bruciare gli occhi.

«Francescon!» gridano «Francescon, indove te se finio». Come svegliandosi da un sogno, Giobatta si riscuote, barcolla nella neve ghiacciata, si avvicina alle tane scavate nel terreno. «Sono qui» risponde «che bòta!» ma ancora pensa all’angelo, pensa al miraggio della sua casa, di sua moglie, di suo figlio, che gli ha salvato la vita. «Un miracolo» ripete «un miracolo» e intanto beve il gavettino di brodaglia che chiamano caffè ma che per metà è grappa trovata chissà come. Il tenente gli dà una pacca sulla spalla, sorride e dice «Buon Natale, vecio».

 

sabato 18 dicembre 2010

Il tempo nelle mani

 

Quel pomeriggio il mare era una piatta tavola grigia, una gigantesca lastra d’ardesia posata sulla sabbia della costa. Le vele vi spiccavano come bianche farfalle infilzate, i wind-surf si muovevano appena oltre i segnali che indicavano il limite massimo per la balneazione. Nella spiaggia la noia regnava sovrana, la musica delle radioline si mischiava al vociare dei bagnanti, si spegneva portata via dalla brezza. Sotto l’ombrellone, nell’ombra torrida, stavo leggendo un libro di Kundera: alla fine di ogni capitolo mi fermavo a guardarmi intorno e a bere avide sorsate di acqua fresca.

Daniela era seduta sulla sdraio in fianco alla mia. Aveva un bikini a fiori e il sole disegnava riflessi ramati sui suoi capelli biondi. Prendeva una manciata di sabbia, la chiudeva nel pugno e la lasciava filtrare lentamente: il vento prendeva quel flusso di granelli dorati e li portava verso il mare, verso i fazzoletti bianchi delle vele, verso le cale sull’altro lato del golfo dove nuvole bianche simili ad ovatta si ammassavano sopra le pinete e le torri dei condomini.

Il vento ora soffiava più forte, i wind-surf al largo avevano cominciato a volare; il lembo dell’ombrellone si muoveva seguendo le ondate del grecale: a tratti il viso di Daniela si riempiva di luce, ne ammiravo le fattezze regolari, il colorito abbronzato. Dopo aver compiuto ancora una volta il suo gioco, aprì il pugno, lasciò andare la sabbia, si sfregò le mani. “Amore”, le dissi, “avevi il tempo nelle mani”…

 

Fotografia © Partecipiamo

sabato 11 dicembre 2010

Racconto di Natale

 

L’era quasi Natàl. Giuàn l’era tött intrösc in di sò pensér... questo racconto andrebbe narrato così, ma sono ben consapevole che pochi sarebbero in grado di leggerlo. Mi sforzerò quindi di rendere in italiano corrente la vicenda che si sviluppa in un tranquillo angolo di Lombardia, disteso tra collinette e pianure che coprono le province di Lecco, Como, Monza-Brianza e Milano, non lontano dal confine antico tra il Ducato e la Serenissima, segnato dal corso dell’Adda e noto alla letteratura per la fuga di Renzo verso Milano nei Promessi Sposi. Oltre quel confine c’è la provincia di Bergamo con le sue cave e il suo cementificio, con i carrelli che viaggiano in teleferica trasportando i loro carichi.

Era quasi Natale. Giovanni era tutto intento ai suoi pensieri. La neve che scendeva lenta lo aiutava a perdersi nei meandri della mente con il potere ipnotico dei fiocchi che si depositavano larghi come piccole piume. Gli ci volle più di un momento per capire che qualcuno gli stava rivolgendo la parola. Era Vincenzo il “Tedesco”, bardato con la sciarpa di lana scozzese, una enorme giacca a vento nera e il cappellino di lana con lo stemma della Juventus. Non che fosse davvero tedesco, anzi: il nome stesso tradiva le sue origini meridionali. No, aveva lavorato in Germania in tempi lontani, non si è mai capito quando, prima di trovare la sua collocazione sulle rive dell’Adda. Dell’antico idioma che aveva appreso ai tempi dell’infanzia e della gioventù gli rimanevano solo ombre, accenti chiusi in certe parole e stranamente aperti in altre. Ma talvolta si avventurava nei territori ostici del dialetto brianzolo senza peraltro troppo sfigurarvi.

E ora stava parlando di qualcosa che sarebbe accaduto presto. Giovanni non aveva colto le prime frasi, era come uno che si svegli e ci metta un poco a connettere, magari muove un po’ le braccia e le gambe, si stira per ridare tonicità ai muscoli. “Domani vincerò al Superenalotto”. Quello era il succo del lungo discorso di Vincenzo, parlato anche con i gesti: con le mani e le parole gli stava dicendo di essere andato a giocare la mattina presto alla ricevitoria del bar della stazione – aveva bevuto il cappuccino, mangiato la brioche, letto Tuttosport con il resoconto della vittoriosa partita della Juve a Catania e giocato; il “Tedesco” quando doveva raccontare qualcosa partiva sempre da Adamo ed Eva.

Giovanni tolse una mano di tasca, la passò sul mento: un vezzo che aveva talvolta quando doveva porre una domanda. Vincenzo, che lo conosceva bene, si apprestò ad ascoltare: in quell’atteggiamento sembrava un bambino che aspetti che arrivi la mattina di Natale. “Hai giocato al Superenalotto, va bene” disse Giovanni, “ ma che cosa ti fa pensare che sarai proprio tu a vincere, considerato anche che giocheranno in tanti perché il montepremi è alto, cos’è? 102 milioni?” “104 milioni, 127 mila e 258 euro” contabilizzò subito l’amico. “Ecco: 104 milioni e rotti, e sarai tu a vincerli? Proprio tu? Ma mi sai dire perché ne sei convinto?” Erano fermi sotto la tettoia del distributore. Vincenzo si guardò in giro, roteò l’ombrello chiuso e a bassa voce, tanto che Giovanni stentò a capire, disse: “Me l’ha detto un angelo...” “Cusè?” rispose stupito Giovanni, “cosa?” e Vincenzo lo azzittì, quasi gli metteva anche una mano sulla bocca. “Un angelo, vieni che te lo faccio vedere se è ancora là”.

Si incamminarono sotto la neve, che cadeva ancora più fitta. Sulle strade ce n’erano almeno dieci centimetri, ma rimaneva compatta, scrocchiava sotto le suole. Vincenzo condusse l’amico sul lato destro della chiesa parrocchiale. Lì, in una rientranza nel muro c’era una grotta con il presepio. Un bambino biondo infreddolito avvolto in una giacca a vento chiara che mostrava vaste tracce di sporco era lì seduto tra il bue e l’asinello, sul fondo. “Ossignùr, Tudèsch, ma t’é mea ciamàa i Carabinier?” sbottò Giovanni. “I Carabinieri? E perché? Non vedi che è un angelo? Ha anche le ali...” Come se fosse stato appositamente istruito, proprio in quel momento il bambino, che avrà avuto un cinque-sei anni, si voltò e dalla giacca a vento spuntarono due larghi tratti dell’imbottitura di piuma. “Vincenzo, ma l’è la piüma”. Giovanni spostò San Giuseppe chiedendogli mentalmente scusa per quel gesto barbaro, si inchinò davanti alla Madonna e si avvicinò al bambino, inginocchiandosi. “Ti sei perso? Dove sono il tuo papà e la tua mamma?” “Qui” rispose il bambino, indicando le due statue dei santi. Giovanni capì invece “qui, qui fuori” e così “Sei del paese?” gli domandò ancora. “No, io abito qui dentro”. E così dicendo, saltò nella mangiatoia, lasciata vuota fino alla sera della Vigilia, quando il parroco veniva a collocare la statua di Gesù Bambino e a benedire il presepio. Fu quando il bambino si sdraiò comodo nella mangiatoia che cominciò una musica bellissima e un coro iniziò a cantare. “Però, don Cesare quest’anno ha messo su un bel programma” pensò Giovanni, “fanno le prove del coro anche il venerdì mattina...” In quel momento comprese che non poteva essere il coro, dato che tutti probabilmente erano a scuola o al lavoro. Vincenzo era in ginocchio e guardava estasiato sopra la grotta. Guardò anche lui: una dozzina di angeli intonava “Gloria nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”. La neve cadeva sempre più fitta, la grotta ora era illuminata, anzi la luce veniva dal bambino benedicente nella mangiatoia. “Ma, quella giacca tutta sporca e sbrindellata?” osò chiedergli Giovanni. “I peccati del mondo lasciano tracce” gli disse Gesù Bambino.

Ormai la neve era diventata una tormenta, il vento soffiava forte, il freddo era molto intenso. Giovanni sollevò Vincenzo e lo condusse all’interno della chiesa, attraverso la porticina laterale. Don Cesare stava pregando seduto su una panca. Vide entrare i due uomini coperti di neve. “Cos’è successo?” chiese allarmato. I due non riuscirono a parlare, ma indicarono la porta al prete, lo accompagnarono davanti alla grotta. Ora la neve cadeva meno fitta, ad aghi. Al centro della grotta, nella mangiatoia, c’era il Gesù Bambino di gesso, quello che metteva sempre il parroco. “Ma guarda” disse don Cesare, “è tornato. Ma non la riconoscete? È la statua del Bambino Gesù che ci avevano rubato l’anno scorso. Chissà chi l’avrà riportato... La provvidenza divina...” Così dicendo sollevò la statua, la ripulì dalla neve con la sciarpa di lana nera e rientrò in chiesa... “Questa la mettiamo la sera della Vigilia!” quasi gridò chiudendo la porticina. Giovanni e Vincenzo rimasero come due allocchi. Guardarono ancora una volta la grotta, fredda e buia tanto quanto era stata calda e luminosa pochi minuti prima. Il silenzio sembrava più forte adesso che il coro aveva smesso di cantare, la neve ovattava tutti quanti i rumori. Entrarono al Bar Centrale e ordinarono due calici di bianco spruzzato con il Campari.

Il giorno dopo, secondo la profezia dell’angelo, Vincenzo il “Tedesco” vinse al Superenalotto: 204 euro e 42 centesimi premiarono il suo quattro. Ci comprò una stufetta a barre di incandescenza e la notte di Natale, senza farsi vedere da nessuno, la pose nella grotta, vicino a Gesù Bambino, perché non patisse il freddo.

 

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sabato 4 dicembre 2010

Il trucco

 

Amore mio carissimo e perduto, adesso che guardo attraverso le lenti del ricordo e del sogno, ecco che ti ritrovo nelle fattezze di quest'altra donna che divide i suoi giorni con me e crede che sia esclusivo l'amore che le do: crede che le rose che le porto siano per lei, crede che le poesie che le scrivo siano tutte per lei, crede che i miei baci siano suoi, che il mio corpo sia suo, che i cioccolatini, gli anelli, i bigliettini, gli orecchini siano suoi.

Ovvio che sono suoi, nel senso che fisicamente, materialmente li ha e li possiede: i fiori, gli abbracci, i monili, i dolci, gli amplessi. E poi le gite fuori porta, le pizze, le cene in trattoria, i film, il braccio sulle spalle. Ma è lo spirito che lei non possiede, che mai potrà avere, perché ognuno di questi omaggi, ogni attenzione, ogni cura sono in realtà destinati a te, sono sacrificati sull'altare della memoria. In un certo senso lei inconsapevolmente recita la tua parte, anzi altro non è che un'imitatrice, per quanto la sua bravura non sia talento ma solo surrogato, tanto che alla fine vale il detto che la bellezza è negli occhi di chi guarda. Con questo non voglio sminuirla, né denigrarla - e come potrei? - visto che le ho riservato il tuo ruolo e quindi inconsciamente ho scelto una donna che ti somiglia tanto.

Adesso lei sorride. E con la memoria è il tuo sorriso quello che mi rivolge. Ricordi? Ti dicevo che fu il tuo sorriso ad innamorami, che mi esercitavo la sera allo specchio per ricrearlo. Deve essere entrato nel mio profondo, tanto che adesso il suo sorridere è il tuo. E anche i gesti che ora fa, quel tagliare l'aria con la mano mentre discorre, quel rigirare gli anelli sulle dita, quel tormentare una ciocca sfuggita all'acconciatura, sono i tuoi gesti, sono il tuo stesso modo di porti, di gesticolare mentre racconti dei luoghi che hai visitato, delle persone che hai incontrato. E infatti lei mi sta dicendo di un tizio importuno che l'aveva abbordata in un caffè di Via Meravigli. Se conoscesse questi miei pensieri, chissà come si arrabbierebbe, chissà come si sentirebbe umiliata, tradita. Se ne andrebbe sbattendo la porta, mi tempesterebbe di pugni, mi massacrerebbe con un coltello da cucina... Ma adesso mi osserva con il tuo sguardo, mi chiede cos'abbia. Le dico che sono soltanto stanco, che ho lavorato troppo. Mi viene vicina, come fa sempre in questi casi. Chiudo gli occhi e mi massaggia le tempie, mi bacia e io immagino che sia tu. Per qualche minuto funziona, ma poi si riconosce il trucco, l'illusione. Apro gli occhi e non la amo, non la amo, sebbene stia dimostrando esattamente l'opposto baciandola e stringendola, sbottonandole la camicetta. Non sei tu, non sei tu...

 

Fotografia © Elise Hardy

sabato 27 novembre 2010

La macchina

 

Il cielo era una macchia viola, la sua lucentezza era incredibilmente nitida, si perdeva verso le colline, diffondendosi là sopra in enormi variegati tentacoli di meduse, in falpalà di bizzarri vestiti, in veli screziati ricoperti di pietre preziose che riflettevano la luce. E le colline erano ammassi neri, enormi mastodonti spiaggiati, giganteschi capodogli arenati nella campagna: qua e là serpeggiavano strade bianche che avresti detto essere stati disegnati con dei fili elettrici o dei grossi spaghi candidi. La campagna poi era un susseguirsi di appezzamenti che facevano pensare a un dipinto di Mondrian, rari contadini e macchinari si distinguevano in mezzo a un folto gruppo di spaventapasseri dalla stramba postura, addobbati con enormi cappelli e grandi sciarpe svolazzanti. Sopra di essi volavano grandi corvi di latta, sbattendo le ali con un cigolio di banderuola.

Il professor Tobia Buzzetti mi guardava ammirato: non riusciva a nascondere una punta di autocompiacimento, riuscivo a leggergli l’orgoglio e la fierezza negli occhi lucidi, nel sorrisetto che non riusciva a reprimere. Quando finalmente parlò, destandomi dalla visione, capii: “Quello che vedi non è. Questa stanza è solo l’estrema propaggine di un’enorme macchina che genera sogni e illusioni. Non fa altro che attingere al nostro subconscio e mescolare tutto quanto, ricreando universi che sono formati dai sogni, dai ricordi e dalle fantasie di chi si trova a transitare in questo luogo. I corvi di latta, per esempio, sono un mio ricordo d’infanzia: ne avevo visto uno muoversi a molla in una vetrina di Ortisei quando avrò avuto sei o sette anni. So di preciso che era una sera d’autunno con il cielo dai colori stranissimi”. I tentacoli di medusa dunque erano i miei, rimasti impigliati in qualche lato dei miei neuroni, attorcigliati nelle sinapsi. La grande medusa sulla spiaggia di Gabicce, un grande lampadario lattiginoso dal quale uscivano quei coloratissimi nastri. Mi sarebbe piaciuto incontrare il tecnico o l’operaio che aveva portato Mondrian in quell’insieme: ci avrei parlato volentieri di arte bevendo qualcosa alla caffetteria.

“Non è tutto” mi disse il professor Buzzetti: in effetti stiamo testando anche delle varianti”. Premette un pulsante sul telecomando che teneva in mano. “Ecco, adesso ti nascondo un pezzo. Un pezzo del tuo subconscio, intendo”. Guardai, ma nulla mi parve variato in quella scena. Però ebbi l’impressione che qualcuno mi nascondesse un pezzo, come se mancasse la tessera di un puzzle e proprio quella tessera sarebbe stata necessaria per rivelarne l’intero segreto. O meglio, sentivo che la tessera c’era, ma era celata ai miei occhi. Cioè, era venuto a mancare proprio l’unico frammento che dava il senso a tutto il resto. La visione per il resto era inalterata: il cielo viola, le meduse, i campi di Mondrian, gli spaventapasseri, le colline, i corvi... L’universo però risultava alterato: guardando meglio, i contadini indossavano grandi maschere bianche da bautte, le stradine erano divenute profonde incisioni nella pelle dei capodogli, il cielo aveva assunto una tinta più sanguinolenta. Come se l’asse su cui tutto quell’universo virtuale o fittizio girava si fosse inclinato di qualche grado, o se la rotazione avesse impercettibilmente rallentato o accelerato, in modo comunque da modificare seppure leggermente i particolari. Poi capii: “Ti nascondo un pezzo” quello indicava, non solo il mio subconscio, ma quello di tutti quanti concorrevano a formare quella visione. Il pezzo nascosto, la chiave di volta, toglieva quella pace che avevo avvertito di fronte al paesaggio fantastico, vi aggiungeva una sottile patina di inquietudine, non fosse altro che per quel segreto non rivelato, quell’elemento taciuto capace di cambiare le cose.

“Il ricordo che elabori, in questo caso non è” mi spiegò Tobia Buzzetti, “ovvero viene modificato e assume una diversa valenza, perde la caratteristica che te lo faceva ricordare così, con quell’intensa emozione, con quella appassionata dolcezza. Guarda i corvi, adesso...” Guardai. I corvi meccanici dell’infanzia di Tobia Buzzetti ora avevano uno sportellino sul ventre: di tanto in tanto lo aprivano disseminando piccole bombe che cadevano con contenuto fragore sugli spaventapasseri generando un ironico contrappasso. E la mia medusa? Guardai meglio: il cielo era diventato rosso perché i tentacoli avevano grosse spine lunghe e resistenti, come quelle delle acacie, e con quelle straziavano il cielo agitandosi come scudisci.

“La macchina è in grado di calcolare praticamente in diretta i nostri pensieri, di elaborare i ricordi e disporli all’interno dello scenario: li cambia e li risistema in base ai miliardi di combinazioni a cui accede” mi disse il professore. “Regolamentate anche il caos” commentai, e vidi disegnarsi ancora sul suo volto quel sorriso compiaciuto che non riusciva proprio a nascondere. Premette ancora un tasto sul telecomando: davanti a me ora si spalancava un immenso labirinto. “Proviamo un’altra funzione”, mi disse, “Il filo per uscire è in te...” Quando mi ritrovai nel buio, cominciai a maledire Tobia Buzzetti, poi gli occhi si abituarono a poco a poco: capii cosa intendeva il professore con quelle parole “Il filo per uscire è in te...” quando vidi Marta sorridermi nello splendore dei suoi sedici anni. Tobia mi aveva regalato un emozionante viaggio nei territori della mia gioventù: per uscire, semplicemente, dovevo riconoscere i miei errori e non commetterli di nuovo.

 

IMMAGINE © GNOMES LIAR

sabato 20 novembre 2010

Napoli

 

“Sei stato sfortunato” mi hanno ripetuto gli amici napoletani “hai trovato la pioggia”. Me lo hanno detto sul lungomare, me lo hanno detto a Via di Chiaia, me lo hanno detto in Piazza Martiri. No, sono stato fortunato, invece: perché la Napoli che ho visto era la vera Napoli, quella lontana dagli stereotipi, quella che conosce solo chi ci vive. Troppo facile associare l’idea che si ha di una città con un’immagine da cartolina – i due pini di Posillipo con sullo sfondo il mare e il Vesuvio, in questo caso. Troppo facile arrivare e cantare “O sole mio”. Questo lo fanno i turisti.

Invece, seduto a bere un caffè in Galleria Umberto I, mi sono sentito parte di questa città. C’era vento, c’era umido, la pioggia cadeva a intermittenza, avrebbe potuto anche essere Londra, visti gli ombrelli che giravano. Avrebbe potuto essere Milano, in quella Galleria così simile. Ma era Napoli, una delle tante sue anime, quella teatrale, scenografica – non è un caso che a pochi passi da lì ci siano il Teatro San Carlo e Piazza del Plebiscito. Mi hanno detto che la sera lì si radunano i ballerini di tango. L’anima della città è anche in questo. Difficile pensare ai tangueros danzare sui mosaici davanti a Prada, preferiscono la banale tranquillità di un locale sui Navigli. A Napoli invece si può.

Avevo già visto il mare sulla Riviera di Chiaia, mi ero innamorato di quella vista che spaziava da Posillipo a Castel dell’Ovo e si stendeva sotto un cielo in cui la luce variava di continuo, in cui le nuvole si disponevano come un fondale da palcoscenico. Avevo già gustato il sapore di Napoli: la sfogliatella riccia che si scioglie in bocca e riempie le papille con i suoi aromi deliziando il palato con la cannella e la scorza d’arancia. Mi ero già immerso nella morbida golosità di un babà innaffiato di sciroppo, mangiato con gli occhi prima che con la bocca su quel piattino di metallo dalle parti della stazione.

La pioggia, dicevo. Il rammarico maggiore, il cruccio vero e proprio dei miei amici. Napoli è sole e mare. Ma non è vero: Napoli è la gente, è la squisita ospitalità, è il calore umano. Il complimento più bello che mi hanno fatto è stato dirmi che sono un abusivo al Nord, che i miei documenti sono fasulli, che in realtà io sono uno “scugnizzo”. Mi hanno addirittura sottoposto a un esame di napoletano, per cercare di cogliermi in castagna, ma forse per l’anima di Totò che aleggiava ovunque nell’osteria dove abbiamo cenato, il test non è stato probante – o almeno così credo io: forse davvero hanno scoperto che alla cassoeula preferisco di gran lunga la pizza!

Sono stato a Napoli... Sono stato con gli amici... Sono stato fortunato.

 

Napoli

NAPOLI, PIAZZA DEL PLEBISCITO © DANIELE RIVA

sabato 13 novembre 2010

Al binario 14

 

Hanno annunciato il ritardo del treno, la voce metallica uscita dalle conchiglie degli altoparlanti ha sancito che “il Regionale 7027 delle ore 16 e 40 per Lecco, Sondrio e Tirano partirà con quaranta minuta circa di ritardo”. E questo contrattempo sparge altro sale sulle nostre ferite, ci congela in questo nuovo tempo che dovremo passare insieme. Ci siamo incontrati per caso entrando dalle vetrate della stazione di Porta Garibaldi, dove si riflettono i grattacieli del centro direzionale: io quei riflessi guardavo, lei portava a spasso la sua solita distrazione, per poco non ci siamo scontrati. “Ciao, Chiara”, “Ciao, Andrea”. Un po’ freddi, e non perché sia novembre e un vento gelido e tagliente sceso dalle Alpi ha invaso la città. Freddi per un indecifrato e non risolto problema tra noi, per un malessere che ha avvelenato il nostro rapporto, che ha inquinato l’amore e lo ha sospeso. Una settimana già che non ci vedevamo e non ci telefonavamo. Neanche un SMS.

Sediamo sul basso bordo dell’aiuola, nella penombra. Sul tabellone i caratteri luminosi ogni tanto danzano e si cancellano: un treno parte, un altro arriva, un altro ancora accumula ritardo. Ma non riusciamo ad estirpare questo nero che ci divora, a buttare sul tavolo la questione. Non sappiamo se potremo rianimare questo amore, se dovremo sopprimerlo. Non sappiamo neppure se la nostra amicizia potrà sopravvivere, in tal caso. Restiamo inerti in questo languore, nell’indolente noia dei minuti che scorrono. Ne mancano almeno trenta alla partenza del treno, non l’hanno neppure ancora portato al binario. Fa freddo adesso, il gelo che ci portiamo dietro si è alleato con quello dell’atmosfera. Ha cominciato a piovere, il vento taglia come una lama. “Andiamo a prendere un caffè al bar?” Annuisce, la aiuto ad alzarsi.

Il bar è caldo, c’è odore di panini alla piastra. Ci facciamo preparare due caffè e li portiamo a un tavolino. Fuori i viaggiatori arrivano alla stazione o la lasciano per imboccare la linea verde della metropolitana o i corridoi che portano in Corso Como, i taxi bianchi partono in continuazione. Anche la luce è fredda, i neon danno un aspetto asettico a questo locale. Ma il discorso non decolla. Chiara continua a guardarmi di sfuggita, cerca qualcosa nella borsa. Fruga e ne tira fuori la trousse del trucco, si ritocca gli occhi, le labbra. Mi sento afflosciato, come un burattino dopo lo spettacolo. Vorrei gridare: “Allora, questo amore è finito? Dimmelo!”. Qui, in mezzo alla gente, le cameriere con il cappellino, i professionisti con le ventiquattro ore, gli studenti con gli zainetti, i senegalesi seduti in un angolo. Non è nel mio stile. Non voglio umiliare né me né lei. Annunciano che il treno è in arrivo al binario 14. “Andiamo” le dico e le mie parole escono sfiduciate, vuote appunto. Scende già il buio, me ne rendo conto quando sbuchiamo dalla scalinata del sottopassaggio. Spiccano le oasi dei “Self bar” pieni di bibite e di merendine.

Il regionale sta arrivando: i suoi occhi bianchi sbucano dalla pioggia, diventano via via più grandi. Quando si ferma, lasciamo sfogare la folla poi saliamo anche noi, troviamo un posto nella vettura di testa. Non è più il momento, non è il posto. Prendo dalla mia cartella il giornale, Chiara si mette le cuffiette bianche dell’iPod nelle orecchie. Il treno parte, emette un fischio prima di infilare la lunga galleria. Tra di noi solo silenzio, un acuto, appuntito silenzio che ci strazia il cuore come un punteruolo da ghiaccio.

 

Kubrick

FOTOGRAFIA © STANLEY KUBRICK

sabato 6 novembre 2010

Una notte

Stava scendendo la notte, cupa e rumorosa. Le luci del lungomare si mischiavano ai riflessi argentati delle onde, il libeccio li faceva tremolare sconvolgendo le foglie degli eucalipti. Il mare era agitato, si muoveva come un’anima inquieta gemendo e ululando sotto un cielo tagliato in due da una mezzaluna affilata.

Era già buio nella stanza, ma non ci alzammo ad accendere la luce, a illuminare un abat-jour che spandesse la sua velatura soffusa tutto intorno. Restammo lì nella penombra, seduti vicini sul divano di pelle a confessarci, a tormentarci. Con le dita lei torturava gli anelli, li rigirava con un lavorio continuo. Io portavo le mani al viso o le lasciavo vagare intorno alle ginocchia. I nostri racconti si nutrivano di quel dire e sottacere, ma lentamente avevamo costruito qualcosa giorno dopo giorno, mattone su mattone. Quando mi sembrò di intuire che una nota di pianto fosse nella sua voce, che la incrinasse improvvisa come una crepa che si apre nel ghiaccio, mi resi conto subito di ingannarmi: fu una parola a incendiare l’ombra, a spalancare orizzonti che non avevo calcolato, a invadere i campi dei miei pensieri come un esercito veloce e bene armato. “Noi”. Era un discorso lungo e articolato quello che lei faceva in quel momento, forse mi ero distratto. “Noi”, la mente registrò, si riavvolse un attimo, recuperò dall’udito l’ultima frase. “Ora possiamo considerarci noi”. Un dato di fatto, una cellula, una coppia. Uno più uno.

La mia malinconia agitava già bandiere bianche, cedeva senza combattere, si inteneriva. Noi. Cioè noi due. Mi si gettò al collo, mi baciò. Presi a spogliarla con foga, a sentire la sua pelle sotto le mie dita, ad accarezzare quel corpo che profumava di agrumi. Sentivo il mare incattivito mescolarsi ai nostri respiri accelerati. Sentivo le sue mani sulla schiena, la punta delle unghie. Ero dentro di lei adesso, muovevo rapido sulle sue anche e mi chiedevo se fosse gioia o dolore, se fossi caduto in un inferno o in un nuovo paradiso.


Mike Jory, “Thinking of you”

sabato 30 ottobre 2010

Un pittore paesaggista

 

Come si comporta un pittore paesaggista che si appresta a dipingere una sua nuova opera? Innanzi tutto, sceglie un’immagine da ritrarre: può essere stata un’ispirazione improvvisa a convincerlo del soggetto, oppure vi ha meditato a lungo; o ancora è stato il caso a portarlo là dove il paesaggio, per la sua bellezza o per una particolarità, lo ha colpito tanto da fargli balenare l’idea di un nuovo quadro.

Comunque, ora ha il suo tema. Ne schizza su un foglio il disegno oppure scatta una fotografia, ma questo secondo caso implica un passaggio tecnologico che snatura la totalità della sua opera e la rende un’imitazione anziché un’interpretazione. Ecco ora il pittore davanti alla tela bianca, vergine, posta su un cavalletto. Impugna un carboncino e riporta il disegno che ha schizzato sulla carta. Qua e là aggiunge o toglie qualcosa, a seconda di come la memoria gli suggerisce; magari ogni tanto chiude gli occhi per rivedere il paesaggio nella sua mente.

Adesso è il momento di prendere la tavolozza e i pennelli: inizia a stendere i colori dello sfondo, l’azzurro del cielo, il verde dei prati in primo piano, il grigio-viola delle montagne. È probabilmente la parte più noiosa del lavoro, questa preparazione, ma già sulla tela comincia ad apparire l’anima del paesaggio. Il bello viene dopo, quando passa a pennelli più fini e delinea figure che daranno spessore al quadro: un mazzo di stelle alpine, uno steccato, due mucche che pascolano, un gruppo di larici. A questo punto passa a pennelli ancora più piccoli e dipinge i particolari più minuti: il ricamo sulla fascia di cuoio dei campanacci delle mucche, le pigne delle conifere, i semi delle stelle alpine, il movimento di una cascatella là sullo sfondo, le vene del legno dello steccato, un nevaio sulla montagna più lontana, un rifugio seminascosto, ciuffi d’erba...

Quando scrivo un racconto, spesso mi comporto come quel pittore paesaggista: può essere un’ispirazione improvvisa a colpirmi, come una notizia letta sul giornale o un ricordo uscito dal dimenticatoio o da un discorso tra amici, un brano letto in qualche libro. Oppure mi lambicco il cervello cercando qualcosa che si possa raccontare, ripasso gli avvenimenti di cui sono stato protagonista negli ultimi tempi o ancora risalgo a periodi più lontani, ad amici e personaggi che ho conosciuto, a eventi cui ho assistito. O ancora fantastico, mi avventuro nei territori dell’assurdo, immagino che il tempo sia passato in modo diverso o non sia passato o ancora trasporto fatti di adesso nel passato o nel futuro, tenendo sempre uno sguardo su Buzzati, il mio autore di racconti preferito.

Viene il momento di effettuare lo schizzo: non disegno, scrivo. E generalmente scrivo una poesia in endecasillabi, da usare come traccia; più raramente stilo un piccolo schema a punti su quello che nel racconto deve accadere. A questo punto il pittore riporta lo schizzo sulla tela. Io accendo il computer, apro un programma di scrittura e inizio a infilare parole – un tempo prendevo un foglio bianco, una penna e cominciavo a lasciare tracce d’inchiostro sotto forma di frasi. In questo caso avrei probabilmente scritto: “Come si comporta un pittore paesaggista che si appresta a dipingere una sua nuova opera?”. Sembra facile, ma comporre l’incipit richiede tempo: è una delle parti più importanti, soprattutto in un racconto breve, è la chiave con cui si entra leggendo o il biglietto da visita che chi scrive porge a chi si troverà a leggere. E questa è una differenza tra il narratore e il pittore.

Poi il lavoro procede però parallelo: se là si prepara lo sfondo, qua si scrive tutto il racconto. Se là si passa alle figure, qua si rilegge e si introducono frasi e paragrafi interi. Quando il pittore passa a rifinire, dipingendo i dettagli, il narratore fa altrettanto limando e correggendo, cambiando un aggettivo, scegliendo un diverso sostantivo. Quando l’ultima pennellata e l’ultimo punto sono posti all’opera, pittore e narratore osservano soddisfatti quanto hanno prodotto.

 

 Moriza

FOTOGRAFIA © MORIZA

sabato 23 ottobre 2010

Colpa della polpa


Ormai lo sapete tutti, la notizia è di pubblico dominio. Il polpo Paul, il mitico indovino divenuto celebre nel corso dei mondiali di calcio in Sudafrica per le sue azzeccatissime previsioni, è stato trovato morto nella sua preziosa vasca di cristallo. Il custode dell’acquario di Oberhausen lo ha rinvenuto riverso senza vita nell’acqua. Secondo le agenzie di stampa, il povero Paul è morto per cause naturali.

Ma il nostro inviato a Oberhausen, il pesce pagliaccio Nemo, ci può svelare tutti i retroscena. Subito i responsabili dell’acquario hanno sospettato che la morte dell’indovino non fosse poi così chiaramente naturale. Dopo animate consultazioni, passati in rassegna tutti i grandi detective, Annelore Locascio, un’impiegata di origini italiane ha suggerito di convocare il Commissario Montalbano. Questi, che era per una volta in vacanza a Boccadasse con la smorfiosa Livia, già non ne poteva più e ha colto al volo l’occasione di raggiungere Oberhausen – avrebbe investigato pure sulla tortura delle mosche pur di abbandonare l’opprimente e gelosissima fidanzata.

“Montalbano sono!”.
“Piacere, sono il direttore dell’acquario. Come le ho accennato per telefono, vorremmo indagare sulla morte di Paul”
“Paul... il purpo?”
“Sì, il povero Paul”.

Montalbano si cataminò, girò attorno alla teca in cui giaceva ancora il catafero del purpo, tuppiò sul vetro, come se sperasse che Paul si potesse arrisbigliari, poi principiò a spiare qualche dimanda:

“Olandesi in giro non se ne sono visti?”
“No, commissario. Avevamo pensato anche noi che si volessero vendicare per la previsione della finale”
“I tedeschi invece?”
“No, i tedeschi lo amavano, tutti. Dopo il 4-1 all’Inghilterra, poi... lo adoravano”
“Sicuro che non c‘è in giro qualche pezzo di cacio, sa, quello con la crosta rossa?”
“No, glielo assicuro”
“Eh, ma gli olandesi sono i principali indiziati... Comunque, patate? Pomidori? Piselli? Non avete trovato del sugo?”
“No, ma che dice?”
“Pensavo... No, sa, una bella saltata in tegame”
“Il polpo è lì”
“E Ahmadinejad?”
“Come Ahmadinejad?”
“No, siccome tempo addietro aviva sproloquiato sulla decadenza di noi occidentali, sulle nostre scaramanzie... Non avete trovato in giro un sicario iraniano? Qualichiduno con la varba longa e il fari sospetto?”

All’improvviso il ciriveddro di Montalbano si addrumò come una lampadina, il suo fiuto di segugio gli diciva che qualichicosa lì era fora posto. Notò una teca accanto a quella del purpo Paul, precisa intifica, ma vacante.

“E questa che cos’è? La secunda casa di Paul?”
“No, è un’altra vasca: fino a ieri c’era un esemplare femmina di Octopus Vulgaris”
“No, mi faccia capire pirchì, si spieghi meglio”
“C’era Mary, un polpo femmina. L’abbiamo trasferita all’acquario di Genova”
“Genova... Macari lei!”
“Come anche lei?”
“No, guardi, non si preoccupi. Stavo pensando alla mia fidanzata”.

Montalbano prese una seggia e si assittò davanti alla vasca. Taliò il purpo dentro gli occhi. Lo sguardo languido da cefalopode era ancora più triste, spento. “Epperforza, è morto” gli sussurrò nella testa la vocina di Montalbano Secondo. “Non adesso, sto indagando”. Taliò a longo il purpo e si fici persuaso.

“Il vostro purpo Paul si è ammazzato”
“Ma che dice?”
“Suicidio d’amuri fu”
“D’amore?”
“Paul e Mary erano come un’anima sola. Quando aieri avete trasferito Mary, a Paul non gli importava più di vivere. Accussì si è suicidato battendo il capo sullo spigolo della roccia. Non si nota perché le vucche, sì, i tentacoli sono tutti ‘nzemmula, ma l’ematoma esterno lo denota. L’ha fatto per la so’ zita. Mi spiegai? E adesso mi può indicare il miglior ristorante italiano nei dintorni?”
“C’è la Forchetta d’oro”
“Ha per caso il nummero di tilefono?”
“Sì, guardi, è scritto sul pieghevole: è convenzionato con l’acquario”
...
“Pronto, la Forchetta d’oro? Montalbano sono. Posso prenotari per pranzo tra una mezzorata? Va bene. Ce l’aviti il purpo in umido?”


Polpo Paul

sabato 16 ottobre 2010

Rimpatriata


Eccoci qui, attorno a un tavolo nel giardino di un ristorante chiuso per il turno settimanale, davanti le tazzine di caffè, le bustine di zucchero, le bottiglie di acqua minerale, i bicchieri con un dito di whisky, i posacenere che chi fuma ha riempito di mozziconi. Tanti anni dopo. Troppi anni dopo. Seduti a rivangare il passato, a ricostruire pezzi di vite e giorni e anni, a ricordare chi non è venuto a questa rimpatriata, a guardare quei volti così mutati dall’ultima volta che ci siamo visti, quei corpi ingrassati, quei capelli ingrigiti o diradati.

Gianni sta raccontando di quando è stato in Thailandia, ci sta illustrando le meraviglie di un night club di Pukhet. Lo ascoltiamo come lo ascoltavamo allora, quando in mensa parlavamo del mondo fuori, di ciò che non era il Collegio, la scuola.

Al Collegio siamo stati stamattina, abbiamo pranzato là in quel medesimo refettorio, così cambiato da allora: rimpicciolito, le pareti dipinte d’arancione, i tavoli moderni, le sedie di plastica colorata. A quei tempi c’erano sedie di legno e tavoli rivestiti di fòrmica, i muri erano chiari, di un tenue giallo. La ricordiamo bene quella tinta: quando ci punivano per qualche motivo, anche solo per aver rovesciato sulla tovaglia il bicchiere dell’acqua, restavamo là per lunghi minuti in piedi a rimirare il muro. “Roba da Telefono Azzurro” ha detto Gianluca, “adesso li denunceremmo tutti”. Gianluca, “Vampiro” per i suoi denti aguzzi, ora è rianimatore in ospedale e ha l’Africa nel cuore, i bambini che va a curare gratis due mesi all’anno in Burundi. Quando siamo stati al bar per un aperitivo, ci ha raccontato della miseria infinita che c’è laggiù, ci ha commosso quando ci ha parlato di un bambino bellissimo che non è riuscito a salvare perché è finita la bombola dell’ossigeno e l’ambulatorio locale non poteva permettersene altre. Adesso non c’è, Gianluca: è tornato a Milano, questa notte è di guardia. Ma c’era quando abbiamo ripercorso i corridoi del Collegio, soffermandoci a osservare nelle aule, a rimirare il mosaico che raffigura uno scolaro correre nell’arcobaleno. Che controsenso: correre nei corridoi era considerata una grande mancanza, così come gli schiamazzi. E invece un paio di ore fa ridevamo e correvamo, adulti in quei corridoi che un tempo ci erano sembrati così grandi, ci fermavamo a osservare le foto di classe, a riconoscerci in quei ragazzi così cambiati, a riconoscere quanti non sono qui oggi e a biasimare qualcuno che non si è neppure degnato di rispondere all’invito. È Patrizio, “Gatto”, soprattutto a essere contrariato: lui ha organizzato tutto quanto; lui è la memoria storica della nostra classe: a ogni volto di quelle fotografie sa dare un nome, sa dire dove abitava e raccontare qualche aneddoto dei tempi del Collegio. Quando mi ha chiamato per trovare i nuovi indirizzi, mi sono attivato subito per aiutarlo.

E ora siamo qui, al ristorante di Marco, che non ha potuto venire a pranzo perché a mezzogiorno doveva lavorare. Infatti gli ultimi clienti se ne stavano andando quando siamo arrivati noi. Stasera è chiuso e possiamo restare quanto vogliamo. Pierpaolo continua a guardare Marco: lo trova cambiato. Tutti ci troviamo cambiati, tranne i pochi che si sono frequentati saltuariamente in tutti questi anni. Paolo sembra più basso, Gianpietro invece è più alto di come ce lo ricordavamo, l’altro Gianpietro non è potuto venire – è a letto con l’influenza – ma ora è al telefono a dirci tutto il suo rammarico. Il cellulare di “Gatto” passa di mano in mano: saluta tutti, lo salutiamo tutti. Ci ritroveremo presto, gli promettiamo: Marco ci riserverà una sala. Una sera d’inverno ci ritroveremo ancora, tutti quanti, molti di più.

Sopra di noi passano bianche nuvole leggere nel cielo azzurro: anno dopo anno, penso. Pierpaolo forse intercetta il mio sguardo: “Certo che ne sono passati di anni, ragazzi. Pensate che domenica prossima parto per l’Egitto: sono sposato da vent’anni...”

È vero: tanto tempo è passato. Troppo. Lo leggiamo nelle rughe, negli occhiali, nelle stempiature, nelle calvizie. Ma siamo sempre noi, i ragazzi della sezione A, come se non avessimo questi trentadue anni di vita in più sulle spalle, come se invece dell’automobile nel parcheggio ci fosse ancora la bicicletta appoggiata al muro, come se a casa invece della moglie, della compagna, della fidanzata ci fosse la mamma ad aspettarci per la cena...


Foto1383

sabato 9 ottobre 2010

In questa uniforme di tuo soldato (3)

 

(segue)

14. Merano, Delegazione Presidiaria, Lunedì 6 marzo 1989 (44 all'alba)

Sono le cinque. Il Maresciallo e i Carabinieri hanno ormai varcato il cancello verde e stanno tornando alle loro case. La primavera diffonde i suoi effluvi, con i ciliegi in fiore sulle colline; un tepore piacevole aleggia nell’aria. Questa infinita dolcezza che viene con il tramonto nasce dal tiepido sole o dalle nuove sirene di libertà che mi incantano? Lancio la pallina da tennis nel cortile. Cominciamo a giocare a calcio con quella piccola sfera utilizzando il solido cancello verde come porta. Al di là dell’inferriata pulsa la vita: scorrono automobili, motorini, biciclette. Gli autobus arancioni dell’azienda municipale sostano e ripartono caricando e scaricando gente, quelli blu della società Dolomite entrano nel vicino deposito, altri ne ripartono. Il sole cala e nella conca dei monti scende ormai l’oscurità. Mancano pochi giorni al congedo, mi crogiolo in questa nuova situazione, sento che tutti gli sforzi di un anno svaniscono lentamente nel sapore della libertà che mi appresto a gustare di nuovo.

Ora non si vede quasi più, si accendono le luci della strada, si illuminano le finestre dei palazzi. Ripongo la pallina e chiudo l'ufficio. Ferrario serra la porta del Nucleo Carabinieri. Rossi ci guarda nella sua divisa nuova e con la solita aria del "Che cosa ci faccio io qui?". Non trovo parole ma un altro sguardo di malinconia oltre quel cancello dove scorre la strada rumorosa. L’apatia di un lunedì in cui nulla più soccorre l’inesorabile continuo fluire nella clessidra della sabbia fine. Guardo l'ultima luce cadere sui monti: ho un’infinita dolcezza nel cuore.

15. Merano, Caserma Battisti, Giovedì 30 marzo 1989 (20 all'alba)

Sono la "Max" adesso. È piacevole entrare in una camerata di nipoti ed essere invidiato perché il prossimo a congedarmi sono io. Non approfitto della situazione, non è nel mio stile. Voglio che mi ricordino come una "Max" umana e comprensiva. Del resto, atti di nonnismo non ne ho mai subiti. Solo qualche "sbrandata" da parte dei congedanti. Bastava rifare il letto e tutto finiva lì.

No, non mi mancherà questo gergo di caserma: non mi mancheranno i "vurìa mai", i "giassài", gli "un po' massa". Non mi mancheranno i "non ti passa più", i "tralicci", la "Superpippo". Chiaro che è un linguaggio per iniziati, che non ha senso fuori di qui: tradotti sarebbero "proprio no", "certo", un atteggiamento irrispettoso verso un grado di scaglione più alto, un modo di dire che il tempo non passa a fare una certa cosa, gli altoatesini e i mutandoni di lana.

Mi mancherà la città, quello sì. Mi mancheranno gli amici che ho conosciuto in questa esperienza e che difficilmente so che rivedrò. Ma, bando alle malinconie, entro in camerata e grido: "Ritti, perdio, entra la Max!"

16. Verona, Porta Nuova, Martedì 4 aprile 1989 (15 all'alba)

Verona lancia luci al neon nel vetro del finestrino opaco e impolverato. Torno a casa per l'altra metà della licenza ordinaria. Ho preferito spezzarla in due: invece di undici giorni filati ho scelto la modalità cinque e sei. Tornerò a Merano lunedì. E comincerò a pregustare la libertà in questi sei giorni a casa. Il treno sosta a Porta Nuova: c'è uno sciopero di un'ora del personale di macchina. Dietro la stazione c’è un cielo illuminato, lo stesso cielo di Romeo e Giulietta - mi viene di pensare. Conosco quel balcone e quel cortile, le scritte colorate degli innamorati sui muri della casa. Conosco l'arca dove ogni amante prega e getta la sua lettera colma di passione.

È una sera sanguigna e fatata questa di Verona: la osservo dal piazzale antistante la stazione. È come se la città avesse assunto il volto di Giulietta, le sue dita affusolate, il suo modo di sorridere, il pudore: come se fosse davvero fatta della stessa stoffa dei sogni. Non ho tempo per raggiungere il centro: tra poco il treno ripartirà. Lo annunciano. Saluto Giulietta, saluto Verona, salgo in carrozza pensando che tra due settimane mi congederò...

17. Merano, Lungopassirio, Martedì 18 aprile 1989 (1 all'alba)

Ci hanno dato il permesso di uscire per il pomeriggio: siamo sciamati tutti dalla Bosin nel sole di aprile, leggeri come fantasmi - del resto i congedanti nel gergo della caserma vengono detti “fantasmi” o “borghesi”. Avviene dopo il prelievo obbligatorio di sangue. Prima di allora, in quest’ultimo mese ci hanno chiamati “Max” e quando entravamo nella stanza, gridavamo “Ritti, perdio, entra la Max!”. Ora invece cantiamo "Allarme, siam borghesi! / Son giorni e non son mesi!".

Da qualche giorno stanno piantando dei pali dentro il fiume, grandi draghe sostano sul greto sassoso del Passirio presso il ponte a passerella che conduce in zone un poco periferiche. Com’è verde l’acqua: sembra quasi opale! Sarà per via della primavera.

E camminando sulla passeggiata, alle spalle la Chiesa protestante, ci siamo soffermati a guardare gli operai che lavorano nell’aria tiepida, chiedendoci lo scopo di quei pali, ben sapendo con una punta d'orgoglio che partiremo prima che loro finiscano, senza conoscerlo.

Il pomeriggio scorre leggero, l’aria di primavera ci riscalda i cuori. Nelle antiche vie andiamo finalmente assaporando quella libertà che domani ci porterà. Ammiriamo le vetrine e le commesse dei negozi del centro, sulle panchine Liberty del lungofiume sostiamo oziando e osservando i bianchi gorghi, ben consapevoli che questa nostra compagnia domani si disgregherà. Beviamo birra al banco della Forst, girovaghi perduti nel pomeriggio. Personaggi di un libro di Hermann Hesse, ceneremo insieme come a celebrare il ritorno alla vita, presto liberi quando tornerà a risplendere il sole.

18. Merano, Caserma Bosin, Mercoledì 19 aprile 1989 (L'alba)

Non siamo riusciti a dormire questa notte. Noi congedanti abbiamo aspettato ansiosi che venisse l’alba: il nuovo sole che avrebbe portato la libertà, una svolta nelle nostre vite dopo un anno trascorso lontano da casa. L’adrenalina, l’ansia, l’angoscia ci hanno consentito solo brevi sonni intermittenti. E parlavamo, sottovoce. Finalmente alla grande finestra della camerata, che dà sul giardinetto interno, a Oriente, è filtrata la prima luce. «È finita! È finita!» si sentiva gridare, «Finita! Finita!» replicavano altre voci, «È finita!» ho gridato anch'io entusiasta.

Ho fatto colazione, pensando che per l’ultima volta avrei avuto quella scodella di metallo, quei biscotti secchi confezionati in cubi di stagnola, quel succo di frutta da stappare con il manico della forchetta. E poi l’adunata, l’ultima. Noi congedanti già vestiti in borghese, con il cappello alpino in testa, sull’attenti mentre suonava l’inno, mentre la bandiera era issata sul pennone. «Rompete le righe!», l’ultimo comando. Quindi in camerata a prendere materasso e lenzuola per riconsegnarle in magazzino. «È finita!»

Il comandante ci ha dato appuntamento per le dieci nel salone ricreativo. È venuto con i congedi, e uno per uno abbiamo firmato. Il maggiore Cornacchione ci ha tenuto un discorsetto sul futuro, su quello che ci aspetta fuori di qui, su quello che ci si aspetta da noi. Come un padre di famiglia, quell'uomo apparentemente burbero dalla barba scura quasi si è commosso. Siamo corsi in camerata a prendere le borse, il prezioso foglio arrotolato in mano.

Varco per l'ultima volta il cancello della caserma: tra me e la libertà ci sono ora solo pochi metri. Saluto la guardia che mi apre il cancello, mi volto indietro ancora una volta a guardare i muri tinteggiati di giallo e marrone, la bandiera che sventola nel cielo incerto di aprile sul pennone nel piazzale dell’adunata, i camion che viaggiano per i viali della caserma, la corvée che ramazza i marciapiedi, la vita che continua immutabile in questo piccolo mondo.

Sono fuori, mi tolgo il cappello con la penna nera, avanzo verso la vita e mi rendo conto solo adesso di aver ritrovato la libertà, ne sento subito il sapore salendo per la stradina sterrata che conduce alla strada principale. Guardo il fiume scintillante sotto il sole del mattino: non l'avevo mai visto così neanche quando lo attraversavo al ponte di Santo Spirito tornando dalla Posta. Ora lo vedo con gli occhi della libertà e sembra ancora più bello, con le nuvole cerulee che vi si frantumano.

 

 Alba

Merano, Caserma “Leone Bosin”, 19 aprile 1989: L’alba

sabato 2 ottobre 2010

In questa uniforme di tuo soldato (2)

 

(segue)

7. Merano, Caserma Battisti, Sabato 15 luglio 1988 (278 all'alba)

C'è stato temporale questa notte. Ora il cielo è azzurro e si riflette nelle pozzanghere sull'asfalto. I monti mi tentano come un'Eva dei paradisi perduti, mi fanno intravedere la libertà, quella che le gazze si portano in giro volando da un abete a un campanile romanico. Sto cominciando a conoscere questa caserma, la Cesare Battisti. Da una settimana mi hanno trasferito al Battaglione Logistico Orobica: sono assegnato alla Delegazione Presidiaria in qualità di scritturale. Vesto ogni giorno la divisa della festa: adesso quella estiva con pantaloni e camicia chiara: gli stivaletti hanno preso il posto delle pedule. Dopo due mesi ho finalmente la mia collocazione definitiva nell'ambito dell'esercito italiano. Sono contento di trovarmi qui, anche se rimpiango un po' la Bosin: qui non c'è la mensa, che hanno iniziato a ristrutturare, e si pranza e si cena in un locale di fortuna servito dalle cucine da campo. A pranzo arrivo sempre tardi, perché l'ufficio chiude alle 12 e la cosiddetta mensa apre alle 11.30. Quando mi siedo al tavolo sono già le 12.15 e mi porto sul vassoio quello che c'è: riso scotto o pasta, pollo, una bistecca, quando va bene la cotoletta appena impanata. La sera esco sempre, anche perché non ho né mai avrò servizi da svolgere, essendo il nostro ufficio, per il suo status particolare di appendice del Presidio di Bolzano, esentato dai compiti di caserma. Esco da solo, qualcuno poi trovo sempre per la città. Raramente ceno solitario. "Rainer", il "Pic-nic Grill" e la "Marinara" sono le mie mete solite. Qualche volta sperimentiamo posti nuovi.

Al momento sono alloggiato nel Minuto Mantenimento, ma appena ci sarà il congedo del 6°/87, Danilo, che è del mio paese, mi ha già trovato una branda nella sua camerata della Comando. L'ufficio si affaccia su Via Palade, proprio davanti all'ippodromo e ha una sua uscita privata. Mi hanno dato le chiavi e già fantastico sulla possibilità di uscire di soppiatto. Per arrivarci devo attraversare un bel pezzo di caserma: i depositi degli automezzi e dei cingolati, la casetta del sarto, il magazzino delle trasmissioni, le caldaie. Eccomi arrivato. La ramata verde, il cancelletto: entro nella mia nuova oasi.

8. Merano, Delegazione Presidiaria, Sabato 23 luglio 1988 (270 all'alba)

“Solo ciò che è trascorso o mutato o scomparso ci rivela il suo volto reale" c'è scritto nel racconto di Cesare Pavese che sto leggendo seduto nell'ozio del sabato estivo alla mia scrivania. Il maresciallo Ciulla è andato in città, il mio collega Ferrari è partito per la licenza ordinaria e tra un mese si congederà. Mi fa riflettere quella frase, mi fa pensare quanto mi manchi il sapore del sabato mattina adesso che sono qui. mi manca come l'aria. Era giorno di spesa il sabato: si andava al supermercato o nel grande negozio di ortofrutta. Poi c'erano da sistemare i meloni in cantina, la frutta nel locale lavanderia, le scatole di pasta e riso nella dispensa. Intanto il caffè bolliva sul gas e l'aroma si spandeva per la cucina. Mi sedevo a leggere il giornale guardando le lame di sole che entravano dalla finestra, sbocconcellavo il pane appena comprato.

Invece sono qui nella Delegazione Presidiaria, in questi freschi locali che un tempo furono il Circolo Sottufficiali, e guardo dalla finestra le ragazze con i vestiti a fiori che attendono l'autobus alla fermata. Invidio loro quella libertà di salire in città, di entrare in un negozio. Quando saliremo noi, sarà già passata l'una e i negozi saranno già chiusi. Magari con Miglio, il mio nuovo amico del Nucleo Carabinieri qui di fronte, scenderemo a Bolzano a bighellonare per il centro e a mangiare una fetta di torta nella pasticceria lungo i portici.

9. Merano, Kota Radja, Lunedì 8 agosto 1988 (254 all'alba)

Questa sera soffia vento d'Oriente: con Miglio e altri tre della camerata siamo venuti a cenare al Kota Radja, il ristorante cinese di Via Manzoni. Varcato il cancello siamo entrati in un mondo tutto nuovo. Tra le canne di bambù e il fruscio delle sete, ci gustiamo le "nuvole di drago" e la birra di Shanghai. Dal pergolato pendono lampioni di carta di riso, nel patio accogliente si aprono ombrelli di Nanchino.

Ceniamo mentre la brezza suona leggera le campane a vento e le cameriere ci insegnano a usare le bacchette ridendo appena come sanno fare solo gli orientali. Scherziamo come se fossimo degli antichi sodali stasera: Merano e le caserme sembrano così lontane mentre mangiamo pollo speziato e riso alla cantonese. Fingiamo di non sapere che oltre la porta scorre il Passirio e centinaia di militari sono a passeggio lungo il fiume e riempiono i cinema, i bar e le gelaterie.

10. Merano, Via Palade, Domenica 2 ottobre 1988 (199 all'alba)

Siamo usciti dal cancello su Via delle Palade e camminiamo lentamente verso la stazione ferroviaria di Maia Bassa. Io e Miglio, una coppia di amici ormai affiatata: lo affascinano la mia conoscenza dei classici e certi miei atteggiamenti. Io, al contempo, ammiro la sua abilità nel suonare la chitarra, la sua predilezione per la musica classica e la sua sincerità. Se i primi due elementi si traducono in qualche serata trascorsa al Teatro ad ascoltare quartetti d'archi, l'altro, la sincerità intendo, si manifesta in domande che fioriscono improvvise come un colpo di mitragliatrice. Come adesso: stiamo andando a prendere il treno per Bolzano e mi spara: "Ma tu che cosa pensi di me? Che persona credi che io sia?". Sono tre mesi che ci conosciamo e lontano da qui non so nemmeno neanche cosa faccia. Eppure glielo dico. Prima impressione, certo, ma è quella che di solito non sbaglia. Probabilmente sarà un'amicizia che non passerà Natale: a dicembre lui si congeda. Credo che non ci incontreremo più, eppure questa amicizia è intensa, concentrata, forse anche perché siamo consci di questa sua effimera durata. "L'espace d'un matin" gli dico e gli spiego che cosa significhi. Alla stazione troviamo altri ragazzi che conosciamo e il discorso che andava indagando nel nostro io si zittisce. Scendiamo guardando i campi di meli insieme agli altri. Li lasceremo al Mc Donald's di Piazza Walther o in qualche cinema. Scommetto che Miglio vuole andare a fare il filo alle cameriere della pasticceria lungo i portici. Cappuccino, Sacher e un po' di corte.

11. Merano, Haisrainer Weinstube, Piazza Duomo, Domenica 1° gennaio 1989 (108 all'alba)

L'anno nuovo è cominciato con bottiglie di spumante e fette di panettone, un'ora dopo il contrappello. Ero - straordinariamente, in quanto uno dei pochi graduati rimasti - caporale di giornata. Fuori, lampeggiava la grande scritta LAS VEGAS di un luna park nell'area dell'ippodromo. Tutto era così irreale, compresi gli auguri scambiati in camerata e i brindisi nei bicchieri di carta con vino scadente. La mia fascia rossa di caporale di giornata pendeva da uno dei pioli della branda, le luci azzurre di guerra riverberavano nella notte. "1989" mi ripetevo "1989, è l'anno dell'alba".

La festa non è ancora finita: per le strade ci sono bottiglie vuote e botti esplosi, carte colorate e stelle filanti. Noi reduci della camerata, quelli che hanno preferito la licenza di Natale a quella di Capodanno, pranziamo da Haisrainer, la taverna proprio di fianco al Duomo. Sono il più "anziano" come scaglione e il più alto in grado. Da queste cose si riesce ad apprezzare quanto tempo sia passato da quel 29 aprile. Ferrario, Bettoni, Perego, Cantoni che condividono con me questo pranzo del primo dell'anno si congederanno tra settembre e ottobre, mi considerano con un pizzico di invidia e con molto rispetto... Mangiamo pasta al sugo e spiedini alla zingara e parliamo del nuovo anno: siamo tutti più spensierati, come se avessimo attraversato una porta e fossimo entrati in una nuova stanza. Siamo oraziani coglitori di attimi.

Il gelato lo andiamo a mangiare da "Bruno". Quando ci portano il resto ci sono mille lire fior di stampa, quelle con Maria Montessori e i bambini. Ferrario prende una penna rossa, scrive la data sulla banconota e la firma. Poi ci invita tutti a siglarla. Alla fine, quando ognuno ha apposto la sua firma, la ripone come un santino nel portafogli: "Ragazzi, non sapete che ricordo mi avete regalato". Negli occhi gli si legge già il lampo di quando, tra qualche tempo, quando si sarà congedato, frugherà nel portafogli e ritroverà per caso quelle mille lire. Saremo simulacri allora, ricordi a cui la sua memoria cercherà di associare un volto. Resteremo sempre i ragazzi di oggi, 1° gennaio 1989, su quella banconota.

12. Merano, Delegazione Presidiaria, Mercoledì 11 gennaio 1989 (98 all'alba)

E ho varcato anche la fatidica soglia dei 100 giorni: il mach pi cento dei cadetti. Niente di che: una sera normale. Nella mia condizione di aggregato sono tagliato fuori dalle cene di scaglione, dai gruppi che si conservano nelle piccole caserme. Con il congedo del 1°/88 diventerò "vice", un grado di scaglione che sfiora l'onnipotenza. Già i servizi di scopa in camerata non mi toccano più. Le divise cominciano ad essere sformate, i cappellini hanno la tesa sempre più arcuata, il mio cappello è più largo e indurito grazie al trattamento con il cordiale. È prerogativa di chi ha passato i 100 giorni all'alba portarlo così.

Quell'asfissia che ho provato il primo giorno, quando i camion ci hanno condotto dalla stazione alla caserma, quel senso di soffocamento che ho sentito appena oltrepassata la sbarra a righe bianche e rosse, si è allentata notevolmente, va svanendo giorno dopo giorno. È proprio vero, come recita la cartolina che ho comprato al "Pandemonium": "Chi naja non prova libertà non apprezza”. Ora so che bene prezioso essa sia, ti rendi conto di quanto ti manchi solo quando non l'hai più: è una donna amata e perduta che desideri infinitamente.

13. Merano, Delegazione presidiaria, Mercoledì 1° febbraio 1989 (77 all'alba)

Ho fatto un sogno strano questa notte: ero in riva al mare e rientravano nel mattino i dragamine, lontane sagome scure nell'alba. Con me c'era Paola. Ci togliemmo le scarpe e lei, sbarazzina, mi trascinò nella bassa marea. Correvamo tra le pozze e la felicità ci gonfiava i cuori. Amaro è stato il risveglio quando il caporale di giornata è passato battendo manate sugli armadietti: "Giù dalle brande!" Mi ci è voluto un po' per raccapezzarmi, per capire che non mi trovavo nel comodo letto di un albergo sul mare, ma nella mia branda di militare.

Lavandomi, ho ripensato al sogno. Non era mai avvenuto nulla di simile. Ma l'inconscio è l'espressione dei nostri desideri, il sogno non fa altro che realizzarli. Strano che sia giunto solo adesso, che sia arrivato in una caserma di Merano. Un'alba d'amore per chi attende un'altra alba. A proposito, 77 giorni...

(continua)

 

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Merano, Delegazione Presidiaria, Ottobre 1988: Al… lavoro

sabato 25 settembre 2010

In questa uniforme di tuo soldato (1)

 

1. Merano, Stazione ferroviaria, giovedì 12 maggio 1988 (336 all'alba)

Merano... Stazione di Merano... Meran... Meran Bahnhof... gli annunci si susseguono con il loro ritmo metallico. Tra i binari nella luce incerta del tramonto volano i lanuginosi semi dei pioppi. Nel mio sguardo triste di soldato - anzi, di "recluta alpina", come mi definiscono i caporali del CAR - si riflettono i treni che scendono verso sud, che partono volando verso la pianura, verso casa. Quando l'ultima carrozza è passata e restano le rotaie, il cuore sembra perdere un colpo e la sua canzone segue un ritmo stonato. Allora conto i giorni che mi restano da trascorrere e sono un'enormità quelle albe che dovrò vedere sorgere dove sarò destinato dopo il CAR: a Vipiteno, Silandro, Malles, Bolzano o più probabilmente ancora qui, in un'altra caserma. Li ho contati e ricontati: 336. Dovrà arrivare e passare l'estate e poi l'autunno e l'inverno, Natale, Capodanno e Pasqua e un'altra primavera finalmente comincerà sull'ultimo mese.

Intreccio le dita sul collo infilandole dietro il bavero del giubbino di jeans. Massaggio il collo indolenzito da tante marce per i cortili della caserma - ora ho imparato: nóp dué nóp dué, e so fare decentemente anche il dietrofront. E mi dolgono anche i muscoli delle gambe: oggi ci hanno fatto sbalzare nell'erba: passo del gattino, passo del leopardo, con il fucile e la maschera antigas e il dannato elmetto. Il mio amico altoatesino con cui ho legato già dal primo giorno è di poche parole: meglio così, mi lascia tempo per riflettere. In compenso parla tedesco e questo è un vantaggio perché nei bar e nei ristoranti ci trattano con riguardo. Lui spera di avvicinarsi a casa, a Bressanone. Gli andrebbe benissimo Silandro. Lasciamo la stazione con i nostri giornali e un po' di malinconia. Quando siamo arrivati c'erano nuvole gialle sulla palazzina Liberty e ci siamo fermati a mangiare patatine al chiosco del piazzale; ora splende la luna e, percorrendo la strada del ritorno, sembra giocare a rimpiattino con i lampioni. Mi sembra vuoto il mio passo, inutile, mentre scendiamo per Via Petrarca verso le caserme gialle.

2. Merano, Piazza del Teatro, domenica 22 maggio 1988 (326 all'alba)

Ieri c'è stato il giuramento. Ora aspettiamo la nostra destinazione. Ci vorrà una settimana, dicono, o forse più. Probabile che mi mandino anche in licenza venerdì prossimo. Sembra di essere nella Fortezza Bastiani: non c'è altro da fare che attendere. Ora non facciamo più istruzione, ci limitiamo a bivaccare qua e là per la caserma, a oziare sul cubo, i caporali ci danno piccoli incarichi come spolverare o pulire i pavimenti. Aspettiamo. E pensiamo. L'amore, per esempio, ora non è che un fiore secco rimasto senza linfa e senza nutrimento, pende inanimato come il becco di un tordo in un carniere. Così mi capita di camminare solo per la città, a numerare i giorni - 24 fatti, 326 da fare - e le mie malinconie: Paola, Anna, Laura. Mi rendo conto che le mie amiche non ci sono, che mi mancano, che vivono i loro giorni altrove e i loro passi percorrono vie diverse da questa: è la bella Piazza del Teatro. Sono in libera uscita per il pomeriggio della domenica.

Le montagne di pietra e cielo, chiare nel sole, fermano lo sguardo. Il Passirio scorre rumoroso tra le rocce, i pali per gli slalom delle canoe sospesi nel cielo. Sì, il sogno è molto facile anche qui ma lei non vi rientra, ne rimane esclusa proprio come il vento non riesce a scavalcare quei crinali: non è una storia ormai conclusa, è solo indifferente a questo luogo.

3. Merano, Caserma Bosin, domenica 12 giugno 1988, Corpus Domini (311 all'alba)

Dieci giorni fa ho avuto la mia destinazione: sono alla Caserma Leone Bosin, a Merano, un chilometro dalla Caserma Rossi dove ho svolto il CAR. Sono in forze al Reparto Comando e Trasmissioni Orobica, alla compagnia Comando, e mi hanno fatto cambiare la nappina sul cappello da verde a blu e il distintivo dell'Edolo sulla divisa con quello del reparto. Sono "alpino" ora e non più recluta, ma nelle gerarchie della caserma appartengo all'ultimo gradino, il "nipote di terza". Ci spettano molte più incombenze che agli altri. Ho già svolto due corvée cucina e una corvée caserma e questa è già la mia seconda guardia. Sono sull'altana, la piazzola coperta e sopraelevata che domina dall'alto il perimetro della caserma. Il soldato che monta di guardia con me sta pattugliando lo stesso lato da sotto: lo vedo camminare su e giù. Poi, nel secondo turno, ci daremo il cambio. Sarà notte e a me va bene così: preferisco camminare per mantenermi sveglio.

Sta calando la sera breve di giugno: gazze volano con la loro livrea bianca e nera, me le immagino sui tetti del centro, sul campanile del Duomo, sull'antica chiesa di Santo Spirito. Mi immagino le ragazze a passeggio sul Lungopassirio, le gelaterie, i tavolini dei bar, i colori dei fiori, le insegne che si accendono. E io qui, con l'arma a tracolla che mi priva della mia libertà e i caricatori che pesano nelle tasche della mimetica. Poi d'improvviso sulle colline del Tirolo si accendono i cuori di lumini, decine di fiamme che vibrano nell'oscurità. Quasi non mi accorgo quando giunge il cambio, ma riesco a pronunciare le parole di rito: "Altolà chi va là?" "Capoposto con il cambio" "Capoposto avanti per riconoscimento" "Cambio avanti". Saluto il militare che mi sostituisce sull'altana, è un compagno dei tempi del CAR, e seguo il capoposto fino al Corpo di guardia. Appoggio fucile ed elmetto e mi sdraio. Riposo il corpo e la mente sulla brandina spigolosa.

4. Ponte di Legno, Val Sozzine, domenica 19 giugno 1988 (304 all'alba)

“Un bel aprés-midi de garde a l’écurie" mi ripeto questo verso di Apollinaire da quando sono montato di guardia tra i sacchetti di sabbia del bunker. Sacchetti che abbiamo riempito sulle rive del torrente Narcanello, qui in Val Sozzine, a Ponte di Legno, dove mi hanno spedito per il campo estivo. Devo dire che non mi dispiace: essere lontani dalla caserma è un'avventura nuova, e qui nei boschi è facile nascondersi. Devo trascorrere un'ora qui dentro, ma sono comodo e guardo i motorini e le automobili passare sulla strada: ragazze e ragazzi che vanno al luna park, un chilometro più a valle. Il tenente colonnello, il maggiore, il maresciallo e un sergente stanno giocando a carte a un tavolino posto all'ombra di un larice. Certo, mi piacerebbe essere in paese, percorrere le stradine e fermarmi a bere una birra in un bar con i miei commilitoni, ma il dovere è il dovere. Meglio qui che in cucina a lavare le stoviglie metalliche e i pentoloni. E con l'arrivo del nuovo scaglione, sono salito anche di un gradino: ora sono "nipote di seconda" e ho almeno qualcuno sotto di me. Le auto che corrono veloci verso Ponte di Legno fanno vibrare l'aria: i miei pensieri scivolano via veloci e il tempo passa in fretta.

5. Autostrada del Brennero, Venerdì 1° luglio 1988 (292 all'alba)

È la sera di venerdì e sto tornando a casa in licenza, un quarantott'ore. Guardo i campi di meli scorrere via ai lati della strada, i papaveri rossi che ondeggiano alla brezza, e penso che avrei dovuto essere al mare adesso, sdraiato sulla sabbia, seduto sotto l'ombrellone a leggere un libro o a riempire cruciverba, a scambiare parole con gli amici dell'estate. Ma, riflessi nel vetro del pullman della Peroni che compie il tragitto Merano-Bergamo, vedo i miei capelli corti, la mia espressione stanca e malinconica. Ecco luglio che cosa mi porta quest'anno. E i ricordi si affollano, si dispongono in fotogrammi come una pellicola cinematografica: io e lei seduti davanti alla fontana di Piazza del Mare, le serate con gli amici al luna park della City o nei locali dove tiravamo mezzanotte prima di andare a vedere la luna in spiaggia e a spingerci sulle altalene. Tabula rasa. Il cubo, la colazione, l'adunata, la corvée, il rancio, la guardia, la libera uscita, il silenzio. I sogni si presentano così, ora: e le colline del Trentino sono corpi di donne distesi nel sole di luglio. Il mare non c'è. Le cose sono mutate come quando interviene una guerra a recidere i fili del tempo. Il pullman corre verso sud. Mi addormento...

6. Merano, Caserma Bosin, martedì 5 luglio 1988 (288 all'alba)

Δυσζήλοι γάρ τ΄είμεν επί χθόνι φώλ ανθρώπων”. Facili all'ira sopra la terra siamo noi stirpi umane: è il settimo canto dell'Odissea. È quella che ho provato stasera, quando ormai pronto per la libera uscita, il sottotenente Manfredi mi ha fatto chiamare nel suo ufficio di comando e mi ha ordinato di montare di PAO all'armeria. È la terza sera consecutiva che mi mettono di servizio: prima corvée cucina, poi mi hanno inviato al Passo del Tonale come capomacchina sull'Alfa 133 del generale. Ho dormito là e stamattina mi hanno dato un passaggio a Merano con una jeep. E ora tocca di nuovo a me. Al sottotenente Manfredi l'ho spiegato senza arrivare alle male parole, anche perché è un ufficiale che rispetto. Alla fine mi è sembrato accennare a un cenno di scusa davanti all'ineluttabilità della decisione. Mi sembrava stanco, probabilmente deve fare assegnamento su poco personale e fatica a riempire i turni. Poi è arrivata questa scocciatura del PAO alla Compagnia Trasmissioni: si dev'essere rotto un allarme, a quanto ho capito, e servono un paio di alpini per la guardia. Un paio. E uno sono io, che non sono neanche della compagnia.

Ma l'ira, la rabbia, quella è rimasta in me. E cerco di lasciarla sbollire in queste due ore in cui sono comandato a stare seduto con il fucile davanti a una grata di ferro che chiude il passo verso l'armeria. Cerco di non pensare a quel nodo di bile che mi stringe lo stomaco, che mi prende la gola e scalda i nervi. Non voglio lasciarmi dominare da questa passione che avvampa in breve e poi ti fa pentire. Sono panni che non mi sono connaturati. Poi, se Dio vuole, finisce. Consegno l'arma e vado. Sono ormai passate le nove. Non c'è neanche più tempo di uscire: se arrivo in centro, devo subito tornare. Mentre attraverso le camerate dei trasmettitori, mi sento chiamare: è Spertini, un varesino di lago che era nella mia squadra al CAR. Ci siamo sempre trovati simpatici. Mi offre da bere, del vino rosso in una tazza smaltata. È Bonarda e disegna una schiuma rosa. Restiamo a bere nella sua camerata con altri due o tre. L'ira oramai è un ricordo lontano. Sono contento di passare la sera così, in amicizia. Quando rientrano i primi che erano andati in libera uscita, saluto e torno alla Compagnia Comando, attraversando il piazzale dell'Adunata nella sera di luglio. Nel cielo brillano migliaia di stelle, approfittando della luna nuova.

(continua)

 

 CAR

Merano, Caserma Rossi, CAR, Maggio 1988

Sono il secondo da sinistra in piedi. L’amico altoatesino Christian Ritsch è l’ultimo a destra, Massimo Spertini è al centro, seduto.

sabato 18 settembre 2010

Primo giorno di scuola


È il primo giorno di scuola in molte regioni. Ricordo il mio primo giorno al liceo classico, o meglio al ginnasio: era il venti settembre del 1978. “Sei vecchio! Sei vecchio!” sento voci alzarsi da chi sta leggendo questo mio scritto. Non sono vecchio... era un’altra epoca. Infatti quello era il primo anno in cui le scuole cominciavano a settembre: le lezioni prima di allora iniziavano invariabilmente per tutti il primo giorno di ottobre. E non era quella l’unica differenza: per esempio, non c’erano i cellulari né Internet (“E come facevi a copiare durante i compiti in classe?” la solita vocina chiede; non ti preoccupare, c’erano mezzi molto efficienti e più difficili da scoprire, tipo scrivere in miniatura tutte le regole grammaticali greche in parti nascoste del vocabolario, e il Liddell-Scott aveva una magnifica appendice sui nomi geografici che sembrava fatta proprio apposta). Poi la televisione: trasmetteva a colori regolarmente da un anno o poco più e c’erano solo pochi canali, i due della RAI, la Svizzera, Capodistria, Telemontecarlo, qualche tivù privata agli albori. E non c’erano i videogiochi (“Oddio, e come passavate il tempo?”, passava, passava, te lo assicuro... e meglio di adesso: libri, amici, passeggiate, partite a pallone, a tennis, le ragazze...)

Comunque, è il mio primo giorno alle superiori, il 20 settembre 1978: prendo il treno e raggiungo Bergamo, a piedi risalgo dalla stazione verso l’istituto, un po’ intimorito dall’essere per la prima volta solo in città, ma anche imbaldanzito per esserlo. Arrivo all’ingresso, dove già ci sono decine e decine di studenti. Indosso un paio di jeans e una camicia bianca, sopra ho un gilè verde scuro lavorato a maglia (non fare quella faccia: stavano quasi finendo, ma erano pur sempre gli Anni ’70). Ho una borsa anch’essa verde scuro di velluto a costine. Una borsa, sì: la moda degli zaini che uniforma ormai tutti gli studenti allora non c’era e ognuno aveva qualche cosa di originale: chi la borsa, chi la tracolla militare, i ragazzi di II e III liceo classico, già maggiorenni o quasi, osavano addirittura delle ventiquattro ore. Molti avevano la borsa che regalavano i negozi di articoli sportivi: praticamente un cubo di tela plastificata con le maniglie. Goggi Sport, essendo a Bergamo, andava per la maggiore. Quel primo giorno però non c’erano ancora libri a gonfiarla: solo qualche quaderno e un diario. Avviso ai naviganti del nuovo millennio: la Smemoranda non esisteva, c’era un normale diario, oppure qualcosa con i fumetti. Non ricordo bene come fosse, è andato perso nel corso degli anni; so che la scuola ci fornì di un piccolo libretto con tanto spazio vuoto e qualche pensiero: comunque, pochissimi lo usavano, preferendo diversificarsi e non appartenere alla massa – tutto il contrario di adesso, lo so.

Dunque, entrai nell’istituto, chiesi al bidello – un omone quasi obeso e dall’aspetto buono come il pane – dove potessi trovare la quarta ginnasio e lui mi indirizzò al secondo piano. Salii le scale con la sensazione timorosa e curiosa che prova Alice nel Paese delle Meraviglie. In cima alle scale, sulla destra, si apriva un’aula: sul cartellino c’era scritto “Classe IV Ginnasio”. La mia. Avrei scoperto dopo l’intelligenza della disposizione: le aule erano disposte in ordine crescente, solo i bagni intervallavano la I e la II liceo classico. Nello stesso atrio c’erano anche un paio di classi dello scientifico. La porta, una spessa lastra di vetro o simile materiale satinato, era aperta: entrai e potei fare conoscenza con i miei primi compagni di classe. Mi sedetti in silenzio in un banco vuoto; dall’ampia vetrata si vedevano i tetti della città, qualche campanile svettava. Rimasi a guardare fuori finché non arrivò un ragazzo a sedersi nel posto vuoto accanto al mio. “Francesco” si presentò. “Daniele”, risposi. “Di dove sei, da dove vieni” e suonò subito la campanella. Arrivò la professoressa di Lettere, una signora ormai sul limite della pensione – era il suo ultimo anno, infatti – precisa identica a una zia di mia madre. Si sedette, ci salutò, disse qualcosa a proposito del nuovo corso che avrebbero preso le nostre vite e cominciò un lungo appello. Fu così che venni a sapere i nomi dei miei compagni: molti di loro avrebbero condiviso cinque anni della mia vita, altri si sarebbero persi per strada già nei primi giorni e nei miei primi mesi, anche Francesco, che fu costretto a trasferirsi a Torino per impegni di lavoro del padre. E Luca, che era da solo nel banco dietro di noi, scalò avanti. Non ci saremmo più separati fino alla maturità, condividendo compiti, appunti, penne, discutendo dei nostri affari, delle nostre ragazze, aiutandoci durante i compiti in classe, che a Bergamo si chiamavano, chissà perché, “esperimenti”.

Questo dunque fu il primo giorno al ginnasio, senza conoscere nessuno, in una città che è sì la mia, ma che non conoscevo allora così bene. Quando, a mezzogiorno e mezzo, salii sul treno che mi avrebbe condotto a casa, avevo gli orari delle lezioni dell’indomani e una litania che già mi ronzava in testa: rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa... rosae, rosarum, rosis, rosas, rosae, rosis...


Bergamo

Collegio Sant’Alessandro - Fotografia © Bergamo Sera

sabato 11 settembre 2010

Bistrot

 

Dietro le stelle il cielo è di vetro, un blu parigino come quello che si può intuire nel celebre dipinto di Édouard Manet “Un bar aux Folies Bergère”, quello con la barista bionda dallo sguardo malinconico e le bottiglie posate sul bancone insieme a un cesto d’arance e a un vasetto di cristallo con due rose. Come la realtà di quel dipinto è apparente, illogica nel suo riflettersi, anche stasera ciò che è non è ciò che appare. In questa notte appesa all’insegna al neon che emana bagliori verdi e blu e li frantuma nei bicchieri di birra Adelscott, li incolla alle vetrate trasformandole in rosoni di cattedrale, il suo sorriso è un’aspra ferita che mi schernisce dietro quel vetro, all’angolo della strada, tra le piante di Rue des Abbesses, dalle finestre di un palazzo bianco… Il sorriso di una donna bellissima e irraggiungibile, proprio quando con una mano stavi per prenderla, per appigliarti a lei come a un salvagente. Neanche il lembo del suo vestito sei riuscito a trattenere…

No, ricorda ancora la barista di Manet, ricorda che l’osservatore non potrebbe ammirare quella scena. L’impossibilità, l’assurdo non sono che la voce della tua nostalgia che grida, che strepita. Sono i se che hai costruito mattone dopo mattone per analizzare quello che è stato e che come i sentieri che si biforcano di Borges ti hanno condotto sempre più lontano, sempre più distante da lei. L’apparenza non è la realtà. E se il piano-bar asseconda questa tua ossessione è una coincidenza, non un segno del destino. Quell’uomo suona e suona, continua a cantare, ormai ha quasi terminato la canzone: “Je t'ai oubliée, mais c'est plus fort que moi. Il m'arrive de penser à toi. On se voyait au Café des Trois Colombes aux rendez-vous des amours sans abri. On était bien, on se sentait seuls au monde. On n'avait rien, mais on avait toute la vie”. Sì, non avevamo niente, ma avevamo tutto. Ora credo di avere tutto e non ho niente. Il velo delle sue carezze si è squarciato, la tela dei suoi baci è sfregiata come un dipinto danneggiato da un vandalo.

La realtà ora si manifesta in tutta la sua ampia desolazione, non è che illusione il riflesso nel vetro, come nello specchio delle Folies-Bergère: non ci sono quelle persone che affollano la sala, non c’è la donna con i guanti gialli né la sua vicina con un vestito granata, non c’è la trapezista con le sue scarpe verdi, non ci sono le meduse luminose dei grandi lampadari e neppure l’uomo con i baffi e il pizzetto che sta parlando con la barista. Resta soltanto lo sguardo malinconico della ragazza. Resta il mio sguardo perduto, resta soltanto la strada che ho compiuto per raggiungerla, il vano navigare nella schiuma del bicchiere, la consapevolezza che tutto è finito, che mai lei tornerà a incrociare i suoi sorrisi nei miei giorni. Un’altra birra, garçon! Dovrei piangere, ma non ce n’è bisogno: bastino le gocce di pioggia che hanno incominciato a rigare il vetro del bistrot.

 

Èdouard Manet, “Un bar aux Folies Bergère”

sabato 4 settembre 2010

Osteria “Il Bocconcino”

 

Nel taschino della camicia c’è qualcosa che mi da fastidio: lo tolgo, un pezzettino di carta deteriorato dal lavaggio. Riesco a ricostruirlo, a leggerne la scritta, per quando sbiadita e gualcita: “Osteria Il Bocconcino”. E i ricordi iniziano a sgorgare come acqua da una fonte di montagna. Roma. Un caldo lunedì di maggio, la camicia a maniche lunghe proteggeva la mia pelle sensibile scottata dalla permanenza al sole il giorno prima sulla spiaggia di Latina. Fuori, a duecento metri, il Colosseo…

Un localino raccolto con tavoli all’aperto oltre i vasi con i pitosfori. Una tipica osteria romana, con le tovaglie a quadri e luci soffuse. Fuori, oltre la porta aperta, la gente che passava per Via Ostilia nel chiarore della primavera romana. Nella tranquillità del ristorante il primo pomeriggio passava languido e indolente con il trascorrere delle portate: l’antipasto di salumi, corallina, bruschette di coratella, poi i tagliolini con verdure e pecorino, l’arista con prugne, l’agnello con scarola e uvetta. La ragazza dietro il banco portava la sua eleganza di gazzella qua e là per la sala.

Dopo il caffè, il sole caldo della Capitale, la luce viva e abbagliante che accompagnava il traffico nella strada che corre intorno al Colosseo. Passeggiare lentamente per Via Capo d’Africa e poi per Via dei Santissimi Quattro verso San Giovanni in Laterano fu un’impagabile emozione. Come se nell’aria risuonassero “I pini di Roma” di Respighi… Le pietre stesse parlavano della grandezza della città, raccontavano aneddoti di condottieri antichi e di gente qualunque, il vetturino, il tassinaro, Commodo e Nerone.

Quel bigliettino da visita lacero e consunto è stato la chiave che ha aperto un mondo di ricordi…

 

Osteria Il Bocconcino

sabato 28 agosto 2010

La fine dei giorni

 

Stavo guidando sulla G-Street NW all’altezza della Jacob Burns Law Library quando la radio lanciò la notizia di vasti incendi che stavano devastando la Russia. I danni erano ingenti, le città colpite molto numerose: Mosca, San Pietroburgo, Samara. Il giornalista ricordava che qualcosa del genere era successo parecchi anni fa, nella rovente estate del 2010. Allora non ero che un ragazzo: ricordo vagamente qualcosa, ma ero più impegnato a correre dietro alle ragazze e a pensare a quale college scegliere. La radio passò poi ad altre notizie: un incidente ferroviario in Nicaragua, sommosse in Africa centrale, i risultati del campionato di baseball… e i White Sox avevano vinto ancora! Non lo sapevo, ma quella notizia che avevo udito alla radio – gli incendi in Russia, non il baseball – avrebbero cambiato per sempre la faccia del mondo e la storia dell’umanità. Era il 2 agosto del 2035.

Un paio di giorni dopo ero davanti alla televisione a seguire la CNN: ancora le immagini della devastazione russa: Kazan, Nijni-Novgorod, Ekaterinburg, Cheliabinsk non esistevano più, intere città rase al suolo dalla furia del fuoco. Molti erano fuggiti e lunghe colonne di profughi si ammassavano in direzione della frontiera ucraina. Le vittime si contavano a centinaia di migliaia. Ero già abbastanza scioccato, ma non mi aspettavo di cadere nel delirio più puro quando apparve il presidente russo Vladislav Mindijatov: con faccia scura e sguardo accigliato quasi urlò che la colpa di tutto quello che stava accadendo nel suo paese, e che contagiava ormai il vicino Kazakhstan e minacciava la Mongolia, era colpa nostra, colpa degli Stati Uniti d’America. Mindijatov asseriva che il satellite supersegreto X-97K lanciato una settimana prima dalla base “George W. Bush” di Sarasota aveva innescato tutto questo. Diceva con veemenza che quel satellite possedeva una qualche arma in grado di incendiare la Russia dalla stratosfera. Credevo che le vene del collo gli scoppiassero tanto era adirato e rubicondo: stavolta non c’entrava la vodka di cui il nostro presidente Peter Tagliaferro raccontava Mindjatov fosse grande appassionato.

Il 6 agosto, triste giornata, si ricordava il 90° anniversario dello scoppio della prima bomba atomica ad Hiroshima. Per un buffo ricorso storico, quel giorno le fiamme, nonostante il febbrile lavoro dei soldati russi attorno all’impianto, divorarono la centrale nucleare di Mayak, negli Urali. Gli effetti furono catastrofici, un insieme di bombe atomiche lanciate all’unisono: milioni di vittime nel raggio di centinaia di chilometri, poi la nube radioattiva si spostò sull’Asia Minore e devastò i paesi arabi. Il mondo era attonito, incredulo, terrorizzato.

Passarono cinque giorni e Mosca – ma in realtà i vertici si trovavano nella città di Vorkuta, nell’estremo nord – decise che era giunta l’ora di passare al contrattacco. Mindjatov premette il pulsante rosso e ordinò l’attacco nucleare contro l’America. Ne fummo informati quasi in tempo reale. Il presidente Tagliaferro si rifugiò nel bunker sotto la Casa Bianca, il suo vice Alan Kawasaki fu portato in un luogo sicuro e segretissimo. Piangeva Peter Tagliaferro quando sibilò l’ordine di rispondere all’attacco. “Dio mi perdoni” disse.

Sono trascorsi sei mesi: le piogge radioattive hanno reso sterile e inabitabile il pianeta, o meglio il deserto che un tempo chiamavamo Terra. Tecnicamente sarebbe primavera. Ma noi non siamo più usciti da questo bunker: abbiamo scorte per decenni e quel che resta di un paese da governare. Il presidente Tagliaferro è invecchiato di anni in questo breve lasso di tempo. Ancora non si dà pace. Ogni tanto mi fa chiamare e mi dice: “Jonathan, mio consigliere, non era che un satellite-spia, non serviva che a carpire fotografie dall’alto. Perché? Perché?”. Ho l’impressione che giorno dopo giorno il nostro leader stia diventando pazzo.

   Nuclear-fallout

IMMAGINE © WINDOWS 8 WALLPAPERS

sabato 21 agosto 2010

Automobilisti


Igor Santinelli aveva uno stile di guida molto veloce e aggressivo: compiva sorpassi anche con la linea continua e i segnali di divieto, lampeggiava alle macchine più lente che si trovava davanti, non rispettava la segnaletica orizzontale e aveva già perso parecchi punti della patente con relative multe.

Gianni Longo invece guidava con prudenza: rispettava i segnali, usava sempre gli indicatori di direzione, lasciava attraversare i pedoni e non si spazientiva neppure in coda. Non aveva mai preso una multa, neppure per divieto di sosta. Tutte le volte che i vigili o la Polizia stradale lo fermavano per un controllo trovavano tutto in regola.

Un giorno d’estate Marta, la giovane e bella moglie di Igor, era a letto con l’amante. Era un venerdì e si ruppe l’impianto dell’aria condizionata nella fabbrica dove Igor lavorava. Il capufficio autorizzò gli operai a uscire un’ora prima dal lavoro e, guidando veloce, Igor tornò a casa e sorprese Marta nuda a letto con un uomo. Imbracciò il fucile con cui andava a caccia di cinghiali e sparò prima a lei e poi a lui. Lo condannarono all’ergastolo.

Lo stesso giorno anche Giulia, moglie di Gianni, era a letto con l’amante. Anche Gianni, che era collega di Igor, grazie al contrattempo dell’aria condizionata, uscì prima del solito dal lavoro e, con la consueta attenzione, arrivò a casa presto ma non abbastanza da sorprendere Giulia nuda a letto con il suo ganzo. Lo salutò mentre questi usciva dalla portineria e continuò la sua vita normale, guidando con prudenza.


sabato 14 agosto 2010

Un cuore di panna

 

Mangio un “cuore di panna” per ritrovare il gusto della mia gioventù. Come il sapore della madeleinette intinta nel tè rammenta a Marcel Proust i giorni dell’infanzia trascorsi nella casa di Combray. È un periodo più avanzato quello che io vado cercando, quello dell’adolescenza: i giorni del liceo, della compagnia del treno, i pomeriggi passati a studiare, a scrivere poesie o su un campo da tennis. Gli amici del mare, i lunghi pomeriggi di spiaggia a giocare a bocce e a pallavolo, a nuotare, a passeggiare sul bagnasciuga. Alla fine qualcuno diceva: “Andiamo al bar”. Era già la bella stagione e prendevo un “cuore di panna”. Forse inconsciamente speravo di vivere una storia romantica come quella che mostrava la pubblicità del cornetto Algida: baci, tenerezze, amore e mare.

Così, dopo aver mangiato la granella e lo sciroppo di cioccolato, ecco che morso dopo morso la panna viene a contatto con le papille e il ricordo prorompe: la stanza, i mobili scompaiono e d’improvviso mi trovo fuori da quel campo da tennis, con la racchetta e la borsa, appoggiato alla Vespa di Danny con il cornetto e uno sguardo attento alle ragazze che pattinano sulla pista. Saliamo sull’ET3 Primavera bianca e andiamo a una festa: si suona musica dance, si balla. Io, come sempre, mi siedo sul divano, faccio conversazione con Claudia, con Benedetta. Beviamo quella mistura rossa che sa leggermente di alcool, sospetto che il colore sia dato dal ginger. Poi esco in giardino, mi siedo sul dondolo, aspetto che venga il momento di andare via…

O ancora spuntano come funghi gli ombrelloni verdi e il pavimento diventa sabbia, laggiù è ormeggiata la barca rossa del salvataggio e il bagnino aspetta all’ombra con una maglia a righe. Sono qui sulla sdraio e accanto a me siede Paola: mangiamo i nostri cornetti e lei con le dita di un piede disegna un cuore sulla sabbia… Nel ricordo tutto è vivido: il dolce rumore delle onde, i pattìni che galleggiano al largo come ninfee in uno stagno, il sole che splende altissimo, la tela sbiadita dell’ombrellone, i raggi di metallo, la sua borsa di paglia appesa, i suoi shorts color kaki, la canottiera, le ciabatte bianche, la mia Lacoste rossa, i pantaloncini, il tavolino rotondo arancione infilato nel sostegno in plastica, la radio che suona. E riconosco anche la canzone: “A flash in the night” dei Secret Service. Vividi sono anche il viso di Paola, il sorriso, il suo corpo, le sue gambe affusolate, i capelli raccolti a coda, il bikini turchese.

Non resta ormai che la punta del cono, una croccante cialda ripiena di cioccolato. La mangio, l’estate fuori continua a splendere, rigogliosa nel verde di agosto. Ancora non si notano i primi segni dai quali è possibile riconoscere l’arrivo dell’autunno: non ci sono foglie gialle né si è fatta più fredda la brezza; le cicale continuano a frinire tra l’erba alta, le rondini compiono la loro sarabanda nel cielo. Presto la bella stagione finirà, ma l’anno prossimo ritornerà. La gioventù invece se n’è andata per sempre…