sabato 28 maggio 2011

Senza tempo

 

Stazione Orbitante di Osservazione Scientifica Interplanetaria, 12 giugno 2676.

Relazione del dottor Jonathan Santacruz Quevedo, ordinario di Antropologia Spaziale all’Università di Nueva New York, Alpha Centauri.

Sul pianeta DKR 5128, noto ora anche come Achronos, vive una popolazione molto limitata, un centinaio di individui di sesso maschile e femminile, situata in un vasto territorio dominato da una vegetazione simile a quella che sulla Terra copriva l’Amazzonia prima della deforestazione avvenuta nel XXI secolo. Questa tribù, chiamata Wahanga, unico caso finora studiato nella galassia, non conosce la nozione di tempo. Ovvero, il concetto è del tutto assente, sebbene questo sembri a noi tutti inconcepibile. La successione illimitata di istanti, il fluire delle ore del giorno, il progredire stesso della vita, l’avvicendarsi delle stagioni non è da loro considerato: il tempo non è uno spazio entro il quale qualcosa accade. Probabilmente questa loro mancanza deriva dal fatto che non conoscono nessun sistema di numerazione, quindi non sono in grado neppure di dividere – e “tempo”, declinato similmente in moltissime lingue di questa parte di universo, deriva da un’antica radice “tem” che significa per l’appunto dividere. Dall’ignoranza di qualsiasi norma matematica deriva anche il fatto che i Wahanga non abbiano nessun sistema di misurazione, così necessario a noi della Federazione di Pianeti Occidentali: nessun orologio, nessun calendario – se mi si permette l’excursus, nessuna lotta per la scelta del sistema di misurazione temporale.

Da ciò deriva un’usanza molto particolare: anche i Wahanga si rendono conto che il ciclo della vita comprende diverse età, ma hanno uno strano metodo per designarle. Ho raccolto la testimonianza di un vegliardo della tribù, Yayabunda (i cognomi non esistono su Achronos), che qui trascrivo, avvisando che, non conoscendo il tempo, il linguaggio Wahanga non conosce di conseguenza nessuna forma verbale se non il presente:

Yayabunda nasce Kokoloki

Kokoloki caccia kokopi (un animale simile all’antilope, ndr) e lo chiamano Mazak

Mazak sposa Loja e lo chiamano Weka-Weka

Weka-Weka diventa grigio e lo chiamano Han

Han usa bastone e lo chiamano Yayabunda.

Insomma, ad ogni avanzamento temporale, ad ogni passaggio da una fase all’altra della vita, dall’infanzia all’adolescenza e poi alla gioventù, alla maturità e alla vecchiaia, i membri della tribù sottolineano l’evento battezzando l’individuo con un nuovo nome. Questo rito di passaggio è salutato con una grande festa rituale in cui il “battezzato” scaglia una freccia verso il cielo per segnalare alle divinità animiste questo cambio di stato mentre tutti intorno a lui danzano.

Questa assoluta assenza della nozione di tempo ingenera chiaramente dei notevoli equivoci con i viaggiatori che vengono in contatto con i Wahanga, sia per la mancanza di strumenti tecnologici per la misurazione sia per il vuoto linguistico: a Yayabunda, per esempio, finita la prima parte dell’intervista, ho detto, così, senza pensarci: «Ci vediamo domani». Mi ha risposto: «Che cos’è domani?»

 

sabato 21 maggio 2011

Un giorno di giugno del 1978


“Amati nomi, ore bruciate.” 
  LIBERO DE LIBERO

Era un giorno di giugno. Il 1978. Il pullman della scuola ci portava via per sempre da quei campi spelacchiati da tanto correre dietro a un pallone, da quella palestra dove giocavamo a pallacanestro, da quelle mezzore perdute a stringere le manopole del calciobalilla, da quei corridoi profumati di lavanda dove si aprivano le porte delle aule. L'esame di licenza media sarebbe stato l'ultimo atto per noi in quel posto. Eppure neanche ci pensavamo in quel momento, felici per aver terminato il compito, per essere finalmente pronti a iniziare tre lunghi mesi di vacanze spensierate. Si parlava dei  Mondiali d'Argentina: qualcuno diceva che "se siamo arrivati in semifinale, dobbiamo baciare i piedi a Kempes per quel gol alla Germania", "Però l'Olanda" diceva un altro "ha un gioco che fa impressione, avete visto Neeskens come tiene il campo?". E intanto paragonavamo quei grandi nomi alle nostre movenze sulla sabbia, con le scarpe da tennis di tutti i giorni e il vestito solito, i blue-jeans, la maglietta, il pullover: rincorrevamo a frotte il pallone, non lo passavamo quasi mai, l'epiteto "veneziano" era all'ordine di ogni azione. Tutto era finito, ma non ce ne rendevamo conto. Come se domani il nostro posto fosse ancora lì, come se a settembre le nostre strade fossero dirette ancora in quel luogo: invece molti sarebbero andati a lavorare, altri avrebbero intrapreso il biennio di un istituto tecnico, qualcuno si sarebbe arruolato tra i geometri e i ragionieri, pochi altri avrebbero scalato le vette del liceo scientifico e del liceo classico. E soprattutto non ci saremmo rivisti mai più, se non a distanza di anni, invecchiati, fortemente nostalgici per quei giorni che allora scivolavano via frizzanti e dolci come la gazzosa, come la Royal Crown Cola che si poteva comprare alla macchinetta della mensa.

Era già ieri quel giorno di giugno del 1978, era uno di quei momenti che costellano le nostre vite come se si piantasse uno spillo con la bandierina sul grafico dei giorni, degli anni. Aspettavamo che il pullman finalmente partisse e ci riportasse a casa, fuori altri ragazzi giocavano con un frisbee nel piazzale d'asfalto: attendevano che arrivasse il loro pullman, diretto su un altro tragitto ad altri paesi del circondario. Forse quel nostro atteggiamento non era altro che una forma di difesa: un anno dopo avrei potuto chiamarlo già carpe diem, un vivere dell'attimo per non pensare al futuro, per ignorare quel peso nel cuore che ci diceva che ancora una volta ci toccava ricominciare con altra gente e nuovi timori, con la paura di non farcela, di non riuscire a superare la prova. Io, per esempio, nei primissimi giorni di quel triennio alle medie, avevo avuto i miei problemi: una volta ero tornato indietro mentre già andavo a prendere il pullman, ai miei genitori dissi che stavo male, ma loro sapevano bene che cosa avessi. Mi consolarono, mi confortarono, e poi acconsentii quando mio padre si propose di accompagnarmi in macchina a scuola prima di andare al lavoro.

Il pullman partì. Nelle sue soste cominciavano a scendere gli amici: li si salutava così, come sempre. E non li avremmo rivisti per lunghissimi anni. Ci saremmo ritrovati soltanto uomini fatti, davanti a una tavola imbandita: invece della gazzosa, il vino dolce e amaro dei ricordi.


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Fotografia © Collegio Sant’Antonio

sabato 14 maggio 2011

La ragazza

 

Era da qualche giorno ormai che cercava di abbordare la ragazza. Aveva sedici anni, uno in meno di lui, ed era la figlia maggiore dei proprietari dell’hotel in cui soggiornava. Si chiamava Anna ed era bellissima: lo ammaliava particolarmente quel largo sorriso che le illuminava il viso quando parlava con i clienti, quando s’ingarbugliava in un colloquio in tedesco.

Era il terzo giorno da quando era arrivato e si disse: “Giovanni, ora o mai più”. La stava osservando dal balcone al terzo piano: lei era seduta sul dondolo nella veranda riservata ai clienti e stava risolvendo un cruciverba. Sentì che quella volta si doveva proprio decidere: non voleva convivere con il rimpianto di non avere agito, di avere rinunciato per timidezza.

Come morso da una tarantola, rientrò nella stanza e ne uscì dalla porta - fermo, convinto, come forse mai ancora gli era capitato nella vita - si precipitò per le scale ignorando l’ascensore e in un volo percorse le tre rampe. Non si era preparato neanche una frase da dire per rompere il ghiaccio: si accorse solo al pianterreno di avere ancora in mano il libro che stava leggendo prima di vedere comparire Anna sulla veranda. Nella hall rallentò, si ricompose - a quell’età non si ha il fiatone neppure dopo essersi scapicollati per tre piani - e infine uscì tra i tavolini. Indicò il posto libero sul dondolo e disse “Posso sedermi?”. Non aveva pensato nemmeno un secondo che ai tavolini bianchi non c’era nessuno e avrebbe potuto sedersi ovunque volesse, ma non lì… Anna rispose “Ma certo” con la bella voce e Giovanni si sedette con il suo libro tra le mani e l’orgoglio di avere finalmente aperto una breccia.

In effetti fu lei a prendere l’iniziativa: “Come avrai sentito, mi chiamo Anna” disse, riferendosi al fatto che il suo nome veniva gridato e invocato spesso tra i tavoli della sala da pranzo, dove portava bottiglie di vino o di acqua minerale, o tappi di plastica, posate e tovaglioli. Gli porse la mano, lui la strinse, sorrise e riuscì infine a pronunciare “Io sono Giovanni”.

Erano le due e mezzo del 25 giugno 1982, un pomeriggio afoso con il cielo grigio, perlaceo, coperto e pesante. Ma lui si sentiva leggero, solare, udiva trombe dentro che intonavano l’”Exsultate”.  Si era prefisso uno scopo e l’aveva ottenuto, era riuscito a vincersi, a dominarsi, e ora stava parlando con lei. Erano banali scambi di notizie anagrafiche: dove abitava, la scuola, le idee. Sapere che entrambi frequentassero il liceo classico fu il punto comune che li legò ancora di più.

Anna ora gli parlava del libro che lui aveva appoggiato sul cuscino a righe del dondolo: l’aveva anche lei e lo stava leggendo proprio in quei giorni, ma era alcuni capitoli più indietro. Il pomeriggio passò veloce mentre si raccontavano, mentre si aprivano alle loro affinità che potevano preludere all’amicizia o anche all’amore. Giovanni era già innamorato, lo era segretamente da quando l’aveva vista la prima volta.

Erano quasi le cinque. Anna Abbandonò la “Settimana Enigmistica” dove, conversando, avevano risolto insieme qualche gioco - lui le aveva insegnato gli anagrammi, i cambi di consonante, i lucchetti, le zeppe; lei era più portata per i giochi logici. “Devo andare a comprare un paio di scarpe” gli disse alzandosi, “ci vediamo stasera”. Aggiunse “Esci con noi?”, riferendosi al gruppetto che componeva con il fratello e un’amica che era ospite sua, forse una compagna di classe. Giovanni disse subito di sì, non aspettava altro. “Allora ciao, ci troviamo qui fuori dopo cena”.

La guardò allontanarsi per i portici, verso i negozi del centro. Rimase ad osservare il suo vestito azzurro a fiori finché non divenne un punto indefinito nell’ombra. Poi si alzò e andò nella saletta della televisione: stava per cominciare Austria-Germania Occidentale, partita dei Mondiali di Spagna.  Seduto in una poltrona scozzese, pensava ancora ad Anna. Era innamorato.

 

Zhen Huan-Lu, “Morning escape”

sabato 7 maggio 2011

Il grifalco

 

Nelle nostre contrade, qui in queste lande boscose ricche di avvallamenti e di corsi d’acqua in forma di rigagnolo, in certe stagioni sosta il grifalco, uccello di passo che giunge dalle remote regioni africane e fa risuonare il suo canto per giorni e per notti nelle valli: riecheggia e si diffonde per ogni dove il suo verso, non melodioso peraltro, ma neppure fastidioso, un tiutiutiotorix ripetuto fino allo sfinimento, fino alla noia, tanto che spesso non ci si fa più caso, ormai avvezzi al suo suono, un po’ come dicono sia per il traffico nelle grandi metropoli del nord. Alcuni invece ne sono ossessionati – i più sensibili, certo – e non riescono più a vivere per il periodo in cui il grifalco rimane nei nostri boschi: ne fanno una malattia, provano a isolarsi con cuscini, a tapparsi le orecchie ma, come sostengono costoro che ne sono afflitti, non c’è rimedio alcuno, quasi che il canto si trasformi in vibrazione e perfori comunque ogni ostacolo frapposto. Il sollievo è quando l’uccello sverna e torna ai deserti africani: allora la normalità sembra addirittura un paradiso – del resto è come per la libertà: solo quando viene a mancare si comprende il suo valore.

Comunque la cosa più strana è che nessuno ha mai visto il grifalco, né l’ha mai catturato. Si ignora addirittura come nidifichi, se come il cuculo rubi il nido agli altri uccelli o se per caso se ne costruisca uno con fango come le rondini o con paglia e fili d’erba come i merli, o se ancora si rintani sui rami degli alberi come il gufo. Si sente il suo canto e si prova a individuare da dove giunga il suono, ma il compito è arduo anche per i più esperti ornitologi: talora sembra giungere da un larice ma, quando ci si avvicina, si comprende di essersi sbagliati e sembra che il caratteristico tiutiutiotorix provenga invece da un boschetto di abeti. Ci si sposta presso gli abeti e il canto pare allora arrivare dall’alto, con un effetto cattedrale che confonde ancora di più.

Una volta sembrava che il mistero fosse finalmente risolto. Era l’estate del 1981 quando Ivano Delle Pive, che allora aveva ventidue anni e si dilettava di fotografia, si trovava presso un malgaro per un servizio sulla produzione dello Stracchino Pressato tipico di qui. Mentre il malgaro e i suoi aiutanti facevano una pausa per pranzare, Ivano decise di fotografare un po’ il bosco. Era sdraiato sulla soffice coperta di aghi e foglie per scattare da un’inquadratura suggestiva quando proprio sopra di sé vide un uccello di medie dimensioni, dal piumaggio grigio marezzato di azzurro. All’improvviso l’uccello cantò: tiutiutiotorix... tiutiutiotorix. Era il grifalco! Per poco, dalla sorpresa, Ivano non lasciò cadere la Nikon FE. Si riprese subito e scattò. Riuscì anche a montare l’obiettivo 55-300 e a scattare una foto ravvicinata anche con quello, prima che il grifalco si involasse verso la cima Forchetta del Drago.

Ivano non salutò neppure il malgaro e corse a rotta di collo per più di un’ora, Arrivò in paese sudato ed eccitato: urlava “Ho fotografato il grifalco! Ho fotografato il grifalco! Su a Malga del Bosso! Il grifalco! Il grifalco!”. Si precipitò nel garage di casa, dove aveva allestito una camera oscura. Mezzo paese era lì fuori, oltre la saracinesca: c’era gente appoggiata allo steccato, altri sedevano sull’erba. Con Ivano entrarono il farmacista e Ghigo, il suo amico d’infanzia, che si intendevano anche loro un po’ di fotografia. Tolsero la pellicola e la trattarono con il bagno rivelatore, poi stamparono le fotografie e le passarono nei liquidi di sviluppo e di fissaggio. Non riuscivano ad attendere che l’immagine si formasse. L’impazienza rischiava di fargliele rovinare. Ma, infine, ce la fecero.

Erano tutte foto della lavorazione del formaggio. Poi, finalmente ecco quelle tanto attese: ma la delusione si impresse sui volti dei tre, resa ancora più grottesca dalla luce rossa della camera oscura, l’uccello nelle foto non era che un colombo.

 

Fotografia © HD Wallpapers