sabato 29 dicembre 2012

E penso a te

 

Il cielo di nuvole sopra Milano si è spaccato e il sole fa capolino tra gli ultimi brandelli. Rimugino una canzone di Battisti che ho sentito stamattina alla radio, prima di prendere il treno. È strano però come la musica martelli la testa anche dopo ore e ore…

“Io lavoro e penso a te, torno a casa e penso a te, le telefono e intanto penso a te…”. Quella sera al piano-bar lei si è alzata e ha chiesto Battisti, canticchiava mentre il pianista suonava e la sera si faceva notte; e fuori la luna si rifletteva nel mare, sotto le piante gi ultimi bohemiens tiravano tardi, l’auto imbarcava aria salmastra nel buio e sputava musica country dai finestrini…

La metropolitana non è affollata nell’ora che porta a metà mattina, si trova posto a sedere. “«Come stai?» E penso a te, «Dove andiamo?» E penso a te, le sorrido, abbasso gli occhi e penso a te…”. Da Cadorna a Corso Magenta per l’assolata Via San Nicolao, è ancora presto: c’è tempo per fare quattro passi e osservare la gente, c’è tempo per questi miei pensieri.

E all’una di notte le luci dell’hotel, le auto nel parcheggio, e restare lì al fresco a raccontarsi, quest’amicizia speciale che offre sbocchi diversi solo a volere cercarli. “Non so con chi adesso sei, non so che cosa fai, ma so di certo cosa stai pensando…”. Luna gialla tra due pini, i tavolini di un bar all’aperto, lui ti sta portando via e io affogo nel mio bicchiere… Anni dopo altre storie, altri amori, altre bugie, ragazze belghe...

Deviazioni sul marciapiede di Via Meravigli, nastri bianchi e rossi appesi a ponteggi, un tram. "È troppo grande la città per due che come noi non sperano però si stan cercando, cercando...". Ma è cercarti venire sotto casa tua e nascondersi per non incontrarti? Ma è cercarti guardare se sei sul 24?

Il Duomo imponente aspetta le foto dei turisti giapponesi, ventisette gradi, le dieci e diciotto... "«Scusa è tardi», e penso a te, «Ti accompagno», e penso a te, sono al buio e penso a te...". Entro in libreria e sto ancora pensando alla nostra storia, quando sono venuto da te e tu sei partita e mi sono vendicato passando le sere con la tua omonima. E quando sei tornata, tra quel refolo di voci ho sentito la tua e mi sono precipitato da te, serata con spaghetti alla carbonara e fritto misto, magico 1982.

Pago il libro che ho scelto per trascorrere serate vuote senza te... "Chiudo gli occhi e penso a te, io non dormo e penso a te...". Torno sui miei passi, non ti ho trovata neanche oggi, ma che speranza ha questo modo di cercarti?

Novembre 1985

 

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FOTOGRAFIA DI FREDY MARCARINI

sabato 22 dicembre 2012

Natale 1932

 

- Buongiorno, Herr Günter, ha ancora un piccolo abete per me?

- Certo, Fräu Hildegard, sa che da me trova sempre l’albero giusto per ravvivare il suo Natale. Questo va bene? O gliene devo procurare uno diverso?

- No, guardi, va benissimo: la mia casa è piccola e io sono vecchia. Lo sa che ogni volta che l’anno finisce provo questa sensazione strana: come se la morte si avvicinasse di un altro passo, come se facesse un salto. Ed è per questo che provo anche compassione per il genere umano...

- Eh, non la vedo bella neppure per noi tedeschi in questa fine d’anno, signora cara. Non sono più i tempi dell’inflazione vertiginosa: dieci anni fa questo albero di Natale l’avrebbe pagato un milione di miliardi di marchi. Adesso nubi molto più minacciose si profilano all’orizzonte.

- Lo so, lo so che lei è sempre informato sulla politica. È socialdemocratico, se ricordo bene...

- Sì, signora, siamo stati l’argine fino a che si è potuto, ma adesso il fiume rischia di tracimare. Ora che Von Papen si è dimesso, non ho fiducia che il generale Schleicher riesca a formare un governo di coalizione.

- E allora chi ci governerà?

- Dio ce ne scampi, Fräu Hildegard, ma ho l’impressione che Hitler riuscirà alla fine a vincere le elezioni e a prendere il potere. Magari si servirà proprio di Von Papen, sfruttando l’amicizia di questi con il presidente Hindenburg e l’inimiciza con Schleicher. Ha già provato a negoziare lo scorso novembre. E comunque, se non ci riuscirà, Hitler troverà uno stratagemma per mettere le mani sul cancellierato.

- Quell’uomo mi fa paura.

- Non lo dica a me: me lo sogno di notte ed è un incubo inspiegabile: finisce sempre con grandi camini che fumano e mi sveglio tutto sudato.

- C’è qualcosa di inquietante nel suo sguardo, ha occhi cattivi.

- Ha ragione: io ho avuto l’occasione di leggere un suo scritto, qualche anno fa. Farneticante: parla di sterminii, di espansioni territoriali, si definisce Superuomo. Ha capito, adesso?

- Distruggerà la Germania...

- Lo temo anch’io, e non solo la Germania...

Be’, Fräu Hildegard, non stia lì a prendere freddo. Vada a casa ad addobbare il suo albero davanti al camino. E buon Natale...

- Buon Natale, Herr Günter, si riguardi.

 

HANS BALUSCHEK, “BEIM WEIHNACHTSBAUMVERKAUF”

sabato 15 dicembre 2012

Il fantasma dei Natali passati

 

Era una strana figura, un che tra il bambino ed il vecchio.
CHARLES DICKENS, Canto di Natale

No, non è stato un sogno, come per Ebenezer Scrooge. Avevo gli occhi aperti, anche se probabilmente un eventuale osservatore mi avrebbe visto con lo sguardo perso nel vuoto, il gomito sul tavolo, il capo poggiato sul palmo. Eppure, anche a me è apparso il fantasma dei Natali passati: non era un essere orrendo e spaventoso, tutt'altro, casomai aveva le vesti un poco polverose della nostalgia, qua e là ammuffite come vecchi ricordi.

Così, senza paura, mi sono lasciato prendere per mano e portare a ritroso nel tempo, in una cavalcata serrata verso le Vigilie e le giornate di Natale. E io intanto diventavo giovane uomo, poi ragazzo, poi bambino, andavo ad abitare case arredate come nelle fotografie che conservo negli album in un armadio. E rivedevo quei presepi, quegli alberi di Natale sempre diversi, rivedevo le statuine - l'acquaiolo, l'erbivendolo, la donna al pozzo, Gesù Bambino posto nella mangiatoia la mattina del 25, i laghetti fatti con gli specchi, i fiumi di carta stagnola. E rivedevo le decorazioni degli abeti, le luci colorate, il puntale, i pacchetti colorati e infiocchettati che contenevano i regali.

"Ma dove sono tutti?" chiedevo al fantasma dei Natali passati. Non vedevo né mio papà né mia mamma, né i nonni, né gli zii. Ero solo, solissimo in questo retrocedere nei miei anni. "Non l'hai ancora capito?" mi domandò il fantasma, e allora come se qualcuno finalmente mi avesse aperto gli occhi togliendo lo strato di fango che mi causava la cecità, compresi: quello che lo spettro mi mostrava era il vero senso del Natale. Sì, sono cose bellissime le tradizioni: il panettone, l'albero, le tovaglie rosse, le candele profumate, il vischio, i rami di agrifoglio, ma non sono il Natale, non contano davvero niente. Non è Natale se non ci sono le persone che ami...

A quel punto mi sono riscosso. Sono andato ad aprire l'armadio e ho tirato fuori la scatola con gli album di fotografie, ne ho trovati un paio di vecchi Natali dei primi Anni Settanta e li ho sfogliati. C'erano tutti, nelle foto. E c'ero anch'io, con loro. La lacrima che mi rigava il viso allora è caduta proprio sull'immagine di un vecchio presepio. Sembrava davvero una stella...

 

VIGGO JOHANSSEN, “GLADE JUL”

sabato 8 dicembre 2012

Antani

 

L’altro giorno stavo aspettando il tram numero 18 in Via Buonarroti. Ero, in pratica, sull’isola pedonale in mezzo alla strada. Un furbacchione, o almeno uno che si credeva tale, rallentò e dal finestrino abbassato mi rivolse la parola: “La supercazzola brematurata ha lo scappellamento a destra o a sinistra?”. Riconosciuto all’istante lo scherzo di “Amici miei”, probabilmente tornato in auge per il risibile film appena uscito che ambienta la storia nella Firenze del ‘400, ebbi la prontezza di rispondere come avrebbe risposto il conte Mascetti: “Antani, come se foss’antani”.

Intanto il “furbetto” aveva passato l’incrocio con il semaforo arancione e una pattuglia di vigili lo bloccò in Piazza Piemonte. Ma giungeva il tram, e ci dovetti salire. Mi appostai sul lato destro, in modo da avere la visuale di quello che stava accadendo all’uomo in automobile – avrà avuto una quarantina d’anni, la barba sfatta, un maglioncino viola alla moda, probabilmente un avvocato. Una vigilessa gli stava elevando la contravvenzione. Passando, dal tram gli sorrisi. Lui ricambiò il sorriso con un’alzata di spalle. La zingarata era forse finita male, ma era riuscita…

 

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UGO TOGNAZZI (IL CONTE MASCETTI) IN AMICI MIEI, 1975

sabato 1 dicembre 2012

Il deus ex machina

 

Seguono le barche a vela i suoi occhi, le accompagnano all’orizzonte finché non scompaiono inghiottite dalla punta del promontorio, lasciando scie bianche che svaporano nella luce del tramonto. Guarda il sole basso che arrossa la baia e intanto sogna un futuro di rose, ignara ancora del mio disincanto.

Ma lei non fa altro che recitare la sua parte qui, sul palcoscenico dove recita anche il mare, la sabbia tra le quinte e un boccascena di pinete. Se lei crede di vivere e amare, se la sua innocenza ignora che la vita è teatro, questo non lo so. Con le sue gambe nude, con il vestito a fiori, con i capelli come uno stendardo di battaglia accarezzato dal vento, pronuncia parole che lo scenario suppone ed esige ed è vivendo che lei diventa la parte che nessuno le ha assegnato.

Quel legame chimico che si sprigionò tra noi – amore lo chiamano i poeti, amore gli stessi innamorati, accecati dalla passione – dischiuse i giorni come cortine all’alba: nei miei occhi lei apparve come una visione. In realtà si deve essere trattato dell’effetto del sole che inondava la strada, del mare udito da lontano, del caldo miraggio in cui si era trasformata la via – trucco teatrale, fondale dipinto, luci manovrate con maestria – e qualcosa scoccò, come una scintilla a risolvere la scena, a portare avanti la trama. Qualcuno avrebbe potuto affermare che era stato Cupido a scagliare la sua freccia e che il dardo acuminato non fallì il bersaglio, colpendo diritto al centro dei nostri cuori.

Un vago dolore, un senso di malessere dello spirito ci separerà adesso, mentre settembre addolcisce la sera e il sole tramonta come un soldo di rame nel volo dei gabbiani. Quando la bianca luna uscirà dal mare nuda come un’Afrodite, me ne sarò già andato e non mi sarò neppure voltato indietro. Finale amaro? Non è scontato che il lieto fine coroni opere, film e romanzi. Lei avrà abbandonato la sua innocenza come l’isola che si lascia un giorno per poi non farvi ritorno mai più.

Le barche a vela scompaiono al largo, sulla baia la notte cala già. È tempo che io – il deus ex machina – finalmente vada...

 

FOTOGRAFIA © PAM CARTER

 

NOTA: Il deus ex machina era un espediente del teatro greco del quale si servivano tragediografi e commediografi per risolvere una situazione intricata: entrava in scena una macchina di legno a simulare l’intervento di un dio, impersonato da un attore sollevato per mezzo di corde.

sabato 24 novembre 2012

La bella primavera

 

La primavera tanto attesa era cominciata: nel sole tornavano a volare le rondini, le gemme si gonfiavano sui rami nudi, le viole impreziosivano i prati.

Andrea guardò dalla finestra la via assolata scostando le tendine, la strada palpitava di vita: gli autobus arancioni si incrociavano alle fermate, le casalinghe tornavano con la sporta della spesa, le automobili alimentavano il fiume del traffico.

L’orologio segnava le undici e un quarto. Andrea quel giorno era solo negli uffici del Presidio, non aveva voglia di raggiungere la mensa per trovare del riso scotto e una cotoletta di pollo impanata.  Così decise di uscire a prendere da mangiare. Attraversò la strada larga e moderna ed entrò da Magnabosco. Il negozio era ad un piano inferiore alla strada: per accedervi bisognava scendere una corta scala rivestita di porfido. Oltre l’ingresso si innalzavano gli scaffali: sul primo, in bell’ordine, i liquori e in particolare le grappe aromatizzate con la pera, i mirtilli, le prugne e le albicocche, che attiravano l’attenzione dei clienti. Sulla destra c’era il banco frigorifero con i latticini e i surgelati, sullo scaffale in centro c’erano i prodotti da forno.

Andrea frequentava il negozio di Magnabosco più per il banco dei salumi e dei formaggi che per il fatto che fosse così vicino. Si poneva davanti alla bassa vetrina e osservava attentamente i prodotti esposti prima di scegliere ciò che solleticava maggiormente il suo appetito. C’era la mortadella di Bologna, con il pepe e i pistacchi, simile a una rosea luna butterata di crateri bianchi; c’era lo speck, esteriormente simile ad un tronco, all’interno rosso come un rubino, e poi salame ungherese, salame di Varzi, prosciutto di Praga, San Daniele, coppa, persino la bresaola, quella salsiccia piccante che i tedeschi chiamano “Salami” e gli immancabili kaminwurz tirolesi. E poi i formaggi, forme intere, spicchi, quarti: fontina, emmenthal, sbrinz, taleggi, Asiago, camembert.

«Cosa prende oggi?» chiese il signor Magnabosco, un omone di oltre 150 chili sempre rubicondo e allegro che il grembiule blu sembrava contenere a fatica, tutto l’opposto di sua moglie, una donnina timida ed esile.

Andrea domandò della stagionatura dello speck e si mostrò soddisfatto: Magnabosco gliene affettò un etto e lo depose in un pane nero che aveva precedentemente tagliato a metà con un lungo coltello affilato. Andrea si avvicinò al banco frigorifero e prese un vasetto di yogurt ai frutti di bosco e una birra Weihenstephan. Prese l’incarto che l’uomo gli porgeva e pagò.

Era quasi mezzogiorno. Andrea aspettò che scoccassero le dodici, poi chiuse l’ufficio dall’interno e si sedette con il sacchetto di Magnabosco. Scartò il panino, liberandolo dalla leggera carta rosa che lo racchiudeva, accese la radio e cominciò a mangiare guardando dalla finestra la vita nella strada: alcune ragazze attendevano l’autobus, il filare di pioppi lucidi per le gemme, il muro giallo e scolorito dell’ippodromo. La primavera gli aveva sempre messo allegria: sentiva l’euforia della rinascita. E quest’anno ancora di più: tra una settimana si sarebbe congedato.

 

FOTOGRAFIA © CIRCOLO UNIFICATO ESERCITO MERANO

sabato 17 novembre 2012

L’urso Knut

 

Doppo aviri indagato sulla morte del purpo Paul, il celebre indovino del Mondiale, Montalbano aviva oramà una fama internazionale di sbirro dei casi strambi assà. Soprattutto in Germania.

Aieri se ne stava assittato nel sò ufficio a farsi una penni... a ragiunari sulle carte che avrebbi dovuto firmari quanno gli parve che fosse addumata una bumma. Satò sulla seggia e vidi Catarella entrari praticamente appuiato all’anta della porta che ancora sbatacchiava. “Ah dottori dottori, ci sta al tilefono il signor Bestiabella che la cerca per un urso”.  Bestiabella? E chi era mai? “Passamelo, Catarella, grazie”. “Subito, dottori”.

Era il portavoce del ministro degli Esteri tedesco, Guido Westervelle, un figlio di immigrati siciliani, che gli spiegò più in dialetto che in italiano, che era morto l’urso Knut, il peluche bianco dello zoo di Berlino idolatrato dai bambini e po’ messo in disparte quann’era crisciuto. “Sospettiamo sia morto di malinconia” gli disse Hans Mannino – questo era il nome del portavoce. “Prendo il primo volo per Berlino” disse Montalbano, che sapiva che accusì avrebbi avuto di sicuro una sciarratina con Livia, la sò zita che doviva arrivari il giorno appresso da Genova.

Hans Mannino raccattò Montalbano all’aeroporto di Tegel e lo condusse allo Zoo su una veloce Mercedes nera. Il commissario si vrigognò non poco al pensiero della Tipo scassata che guidava a Vigàta. Knut era macari là, nella scena del crimine: galleggiava nella piscina del recinto. Era enurmi pensò Montalbano, che rammentava le immagini del peluche viste anni narré al telegiornali. Si fece dari un raffio dall’addetto e tirò a riva il corpaccione del povero urso. Stava tastando la pelliccia con la mano dritta quanno squillò il cellulari. Bih, chi camurria! Era Livia. “Salvo, sono all’aeroporto”. Livia! Se n’era dimenticato!

“Livia, mi dispiace, è che sono impegnato in un’indagine…”

“…”

“Facciamo accusì, ti manno Fazio, po’ appena posso ti raggiungo a Marinella”

“Potevi anche avvertirmi”

“Lo so, scusami, è che ho tante cose per la testa”

“Sicuramente avrai anche la tua amica Ingrid”

“Ma che dici, Livia? Sto travagghiando a un caso internazionali. Appena posso, arrivo. Ah, non prioccuparti: Adelina non c’è, è andata a trovare sò soro, starà via qualichi jorno”.

Montalbano astutò il tilefono, scosse la capa, avvisò a Fazio di correri all'aeroporto di Palermo e si rimise a taliari l’urso. Vide un minuscolo pertuso rosso  vicino all’occhio mancino. Esecuzione mafiosa… No, in Germania… Taliò intorno, poi trovò un filamento verde: un pezzo di tessuto loden. “Vinditta” sentenziò allora Montalbano. “Ve l’arricordati la storia dell’urso Bruno?  Il 26 giugno del 2006 venne ammazzato in Baviera. era un urso italiano che dall’Adamello era salito in Germania in cerca di mangiari, come molti altri italiani prima di lui”

“Certo, mi ricordo” disse Mannino, “è stato imbalsamato, lo si può vedere nel castello di Nymphenburg”

“In Trentino se la sono legata al dito: avivano prumisso vinditta. Ora l’hanno avuta: lo vede quel pertuso minuscolo vicino all’occhio mancino? Sciaura di mandurle amare, signo che è stato iniettato cianuro”.

“Faremo le analisi, commissario. Grazie mille.”

“Prego. Fanno 100.000 euro, e si sbrighi, ché devo andare all’aeroporto. La mia zita mi aspetta e quanno aspetta diventa nirbusa”.

 

20 marzo 2011

 

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sabato 10 novembre 2012

La ragazza dei suoi sogni

 

- Cos’è?
- Pinot Grigio.
- Non è che ci hai messo dentro del Roipnol?
- No, per chi mi hai preso?
- Scusa, è che ci conosciamo da poco.
- Per me hai visto troppi episodi di CSI, e hai letto troppo attentamente quei libri delle 50 sfumature.
- No, scusami ancora, è che sono tempi difficili e non sai più di chi fidarti. Ho già preso tante di quelle fregature…

Sarah beve dal calice che contiene liquido ramato e subito la vista le si annebbia, in pochissimi istanti perde i sensi. C’era del Roipnol… L’enigmatico Stefano le toglie il bicchiere prima che cada e si frantumi sul pavimento di marmo italiano. Ma non ha alcuna intenzione di violentarla, né di farle del male.
Si siede e la guarda così, incosciente e indifesa, in totale balia di quello che lui potrebbe farle.

“È così bella” mormora, “Sei così bella”. Poi avvicina una macchina su un carrello a rotelle. A prima vista somiglia a una di quelle che negli ospedali usano per la TAC portatile. Ma non lo è. Prende degli elettrodi dal marchingegno e li attacca alla fronte e sulle tempie di Sarah. È una macchina che legge i ricordi e li analizza cercando un’immagine particolare: è solo quella che interessa a Stefano. Una fotografia di lui più giovane, ragazzo di sedici anni, il giorno in cui incontrò una ragazza senza nome e se ne innamorò quando lei lo guardò e lo baciò – è quell’immagine che cerca ormai da mesi in donne sui trent’anni che assomigliano a quella misteriosa ragazza apparsa come una meteora in un bar di Torino.

La macchina elabora dati per quasi un’ora – sembra impossibile che i ricordi di tutta una vita si condensino in così poco tempo, ma è la memoria stessa ad effettuare una selezione – e infine emette un bip. Stefano, che sta osservando ormai da minuti Sarah che dorme, fantasticando una vita futura con la ragazza dei suoi sogni, corre allo schermo: NO MATCH… Batte con stizza una mano sul pomello della macchina, poi stacca gli elettrodi dalla testa di Sarah e la prende in braccio con delicatezza. La porta nella camera da letto e la adagia sul materasso, rivestendola con una coperta. Quando si sveglierà le racconterà che ha avuto uno svenimento… Come le altre quattro. E poi uscirà a cercare ancora nelle strade di Torino quel volto mai dimenticato, invecchiandolo mentalmente di una quindicina d’anni.

 

JACK VETTRIANO, “MYSTERY MEN II”

sabato 3 novembre 2012

Macchina del tempo

 

Eccolo che scorre come un fiume disperato, un ammasso di straccioni che portano uniformi sbrindellate e marciano sulle piste di sabbia del deserto. Puoi riconoscere ancora i galloni, le insegne, i gradi del comando nei vecchi pastrani tenuti per la notte, nei lembi di camicie usate a mo’ di turbante, nei laceri stracci che ora rivestono piedi incrostati e coperti di vesciche. Un esercito allo sbando che marcia disordinato e coperto di polvere – sono lontani i tempi in cui il passo marziale cadenzava le marce ritmando i passi come una sinfonia. Sconfina e invade nuovi territori, preda affamato, saccheggia quello che può avanzando verso un’ignota meta, verso una liberazione dall’accerchiamento di questo invisibile nemico che compare a tratti nei discorsi dei soldati ma che nessuno ha mai visto. Lo avete riconosciuto il simbolo che campeggia sul vessillo logoro che un alfiere cencioso porta in testa alla compagnia? Una clessidra. Perché quell’esercito allo sbando è il tempo.

Scorre come un fiume, il tempo: una ragazza mi disse un giorno che l’amore è un sentire che viene dal profondo e comporta un mutamento, lo devi sentire come il violinista sente e domina una corda che vibra. Io non ho saputo padroneggiarla quella corda, forgiarla sotto le mie dita, sotto l’archetto per trarne una nota che suonasse armoniosa. E davvero come un fiume in piena è fuggito il tempo, è straripato e non ho mai saputo se quella ragazza provasse vero amore o solo un grado di intensità dell’amicizia.

Fedele amico mi è il rimpianto adesso, quando la sera stanco chiudo gli occhi e numero le occasioni perdute – una sorta di Guido Gozzano davanti al caminetto con le sue rose non colte e le fisime di poeta – per sognare ancora quella ragazza sensata, per figurarmi le parole che le direi se qualche macchina potesse miracolosamente cancellare il trascorrere del tempo, esattamente come una spugna porta via la polvere e lascia il vetro limpido e pulito. Ma il tempo passa, è una nave che non si ferma, non hai mai voltato indietro la sua chiglia solida.

 

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FOTOGRAFIA © JIGSAWZ

sabato 27 ottobre 2012

Scrivere


Qui davanti al monitor illuminato del mio portatile Acer Aspire 3610, su questo foglio bianco simulato da Microsoft Works sullo schermo, scelto il carattere Trebuchet corpo 12, mi accingo a scrivere. Seduto alla sedia di cucina, avvolto dal calore dei mobili di ciliegio e del termosifone dietro le mie spalle, davanti a me la finestra velata dalle tendine, il ticchettio della sveglia svizzera appesa al muro, le 15 e 55 quasi di questo mercoledì di gennaio, sto per scrivere.

Messe le cose in chiaro, accarezzato con lo sguardo il vaso di vetro che contiene quei fiori finti di tipo etnico comprati all'IKEA e qualche rametto di lavanda che ho essiccato a settembre e legato con un sottile nastro verde - il vaso ha una vistosa crepa verso la base, è per quello che ci ho messo i fiori di legno e la lavanda: non può contenere l'acqua - ho in animo di scrivere.

Guardo gli acquarelli sulla parete bianca: rappresentano anch'essi fiori: un ramo di strelitzia, un altro di fucsia, delle margherite gialle, mi piacciono perché contrastano con la tempera del muro. Sulla sinistra, sulla cucina, accanto al lavello, sotto le mensole dove giacciono le spezie, ordinate come soldatini, e i vasi con lo zucchero, il sale e il caffè oltre a ninnoli portatimi da svariate parti del mondo - il vaso tunisino, la brocca turca a forma dromedario, la teiera inglese, la tazza di Alicudi - ecco il contenitore con le forbici e gli arnesi da cucina, il ceppo con i coltelli, la biscottiera e il vaso di cristallo con i rami di Dracena. Dopo questa descrizione un po' alla Robbe-Grillet, sono pronto a scrivere.

Ma non ho niente da dire, non so cosa scrivere...


14 gennaio 2009


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FOTOGRAFIA © JAKUB KRECHOVICZ

sabato 20 ottobre 2012

Anime

 

Il tramonto colorava di arancione e giallo il cielo sulla pineta, al lato opposto del mare. E il mare ora non accecava più, privato dei suoi riflessi, sembrava più scuro, il suo grigio era da lago di montagna. Le barche sulla riva risaltavano maggiormente, sembravano aver preso importanza ora che il sole se n’era andato dalla scena e usciva dietro le quinte dei pini. Seduti sulla staccionata dipinta d’azzurro gustavamo in silenzio l’infinita dolcezza di quel momento e il silenzio era parte fondamentale di esso.

Quando scese, la notte di stelle ardeva silenziosa in armonia con il frinire dei grilli. La mia mano incontrò la sua e la strinse: in quell’istante fummo una cosa sola, due anelli saldati l’uno nell’altro. Attraverso il tatto, attraverso la leggera pressione della mia mano sulla sua sentivo, come se fosse la mia, il palpitare della sua vita e la sua infinita purezza. Non c’era altro mondo, altro universo all’infuori di noi e delle stelle, ogni altra cosa scompariva di fronte alla dolcezza della notte.  Fu solo la consapevolezza di un istante, che sembrò immenso, in cui le nostre due vite si unirono in un unico cerchio chiuso.

In quel magico tempo ci interrogammo muti: la sua risposta fu un silenzio. Non replicò nulla alla domanda che io le avevo posto. Anche la mia domanda era un silenzio, un tacito intuirsi e capirsi. Eppure lei comprese la mia domanda, io compresi la sua risposta. E la purezza che traboccava da me, inespressa a parole ma urlata dal silenzio, si concentrò nel suo grido silenzioso di gioia. Non avremmo mai più avuto bisogno di parole per comprendere i nostri sentimenti.

Attraverso la mano di lei, che stringevo nella mia, l’amore era in me come un fiore tatuato permanentemente sulla mia anima. E tu che mi leggi, se adesso con qualche miracoloso stratagemma o marchingegno potessi guardarvi, ve lo troveresti ancora. 

1994

 

FOTOGRAFIA © ANTHONY MICHAEL POYNTON

sabato 13 ottobre 2012

Alba sul mare

 

La luce dell’alba sorge a illuminare il mare, rientrano i pescherecci, chiatte lontane dragano il fondale e i loro bracci meccanici sembrano sostenere il chiarore che si va srotolando come uno scampolo di seta dorata. È questa luce che genera l’emozione? È questa luce che crea la poesia? O non è piuttosto l’albeggiare di questo amore che nasce – ieri sera era soltanto un riconoscimento dello stare bene assieme, era il certificato di un’amicizia che si allargava docilmente, che si avvertiva nel sangue al pari di un fremito. Ora invece è molto di più e sono gli sguardi a parlare, a dire il sentimento senza bisogno di parole, qui nel silenzio dell’alba dove risuona soltanto il canto del mare, un ritmo di onde così dolce che culla quel qualcosa di oscuro che c’è dentro di noi e lo fa tacere come un bimbo nella tenerezza di una ninna nanna.

Se la felicità esiste, se è data ai nostri giorni, è qui, adesso: nasce dal niente e noi ne siamo gli attori, su questo palcoscenico di sabbia e di vento appena rischiarato dal primo sole che copre di scintille dorate la superficie del mare: anche le nostre anime devono essere così, gioiosamente accese, piccoli falò scoppiettanti di emozione. Tu sorridi e sembra che sia quel sorriso ad accendere i colori del cielo, a dare luce al mondo. Poi, sbarazzina, ti togli i sandali e mi trascini in mare per una mano senza neppure darmi il tempo di togliere le scarpe da tennis. C’è la bassa marea e ci rincorriamo su quelle lingue di terra tra le pozze – se qualcuno ci vedesse da lontano, avrebbe l’impressione che stessimo camminando sulle acque. In realtà, il vero miracolo è questa presa di coscienza dell’amore, è questo riconoscimento l’uno nell’altra della “mezza mela” platonica, giunti fino a qui da giorni diversi, da luoghi e mondi diversi per essere finalmente l’uno.

  

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA

sabato 6 ottobre 2012

Ballare bene

 

“A balàa bègn se fàa la murusa” diceva mio zio, quando le sere d’estate giocavamo a scopone scientifico e toccava a me calare sul tavolo una carta perché non potevo effettuare una presa. Mi vedeva indeciso e immancabilmente ogni volta saltava fuori quella frase. Cercavo di mettere una carta di scarso valore, un quattro, un cinque, il due o il tre se erano già stati conquistati quelli di quadri. In qualche occasione, quando mi sentivo ispirato, stupivo spazzando con l’asso o buttavo un sette. Ma il più delle volte mi toccava abbozzare e “ballare”.

Quando lo zio mi diceva che “a ballare bene ci si fidanza” – quello significa la frase in dialetto milanese – ero un ragazzo di sedici-diciassette anni e mi vedevo sulla pista di qualche discoteca a ballare vestito come John Travolta: “La febbre del sabato sera” era solo di qualche anno prima, avevo visto “Il tempo delle mele” in un cinema di Bergamo e “Stayin’ alive”, “Flashdance” e “Footloose” stavano per uscire. Danzavo con una bella ragazza, di quelle che magari avevo incontrato durante il giorno o quelle che avevo conosciuto al mare. Il gioco, inevitabilmente, proseguiva: gli altri prendevano o a loro volta “ballavano”, ma io continuavo a distrarmi, a piroettare, a flirtare con le mie immaginarie compagne di danza…

“Tocca a te…” spesso mi dicevano e allora osservavo il gioco ed eseguivo la mia mossa… Se mi toccava “ballare” ancora allora sì che erano guai!

 

FOTOGRAFIA © ALLMOVIE / PARAMOUNT

sabato 29 settembre 2012

L’ultimo giorno di naja

 

    Per il congedo Andrea Lievi tornò nella caserma del reparto cui apparteneva. Avrebbe dovuto restarci tre giorni e un po' temeva la fama del colonnello Tripodi, che del resto aveva conosciuto durante le due settimane al campo estivo. Tripodi, come lo chiamavano i soldati saltando sbrigativamente il grado, assegnava punizioni in maniera bizzarra: nessuno poteva considerarsi al sicuro in nessun angolo della caserma.
    Andrea ricordò un episodio avvenuto al campo: il suo amico Randoni era di guardia nelle ore notturne al rimorchio che fungeva da armeria quando il colonnello Tripodi, rientrando alla sua tenda da qualche bar della zona, gli rivolse la parola. Ligio alla consegna, Randoni tacque ad ogni domanda posta dal colonnello, che infine sbottò: "Sono il tuo comandante, perdio, parla!". Randoni tacque e Tripodi probabilmente assunse la stessa espressione che doveva avere avuto Michelangelo quando tirò una martellata al suo Mosè di marmo che rimaneva muto.
    Fu lo stesso Tripodi a raccontare l'episodio a tutto il reparto schierato durante l'adunata del mattino. Randoni era visibilmente arrossito. Si vide appioppare otto giorni di punizione che non meritava. Ciò che più gli dispiaceva era che, non essendovi telefoni al campo, non avrebbe potuto parlare alla fidanzata per una settimana. Chiese proprio ad Andrea di avvertirla che per un po' non si sarebbero potuti sentire.
   
    La jeep che avrebbe dovuto riportarlo alla sua vecchia caserma arrivò. Andrea salutò il maresciallo Peruzzello e i Carabinieri del Nucleo, fissò un appuntamento per la sera con Dossi e Ferrola e partì. Dopo essersi registrato tornò nella stessa camerata dove aveva passato pochi giorni e il caporale di giornata gli trovò una branda. C'erano altri congedanti e li conosceva tutti: Randoni, Bassi, Caini, Pagliarini, con cui aveva diviso il campo; Luraghi, l'architetto con cui tante sere d'estate aveva bevuto cocktails al Café Liszt; Cesare Cantù, con quel nome importante e quell'aria così snob. E soprattutto Randazzo, l'avvocato.
    La sua ingenuità non aveva limiti. Randazzo era diventato una leggenda la notte che, di guardia sull'altana, lanciò l'allarme e fece accorrere il capoposto e l'ufficiale di picchetto. "Che c'è?" gridarono dopo l'avvenuto rito di riconoscimento. "C'è un cane che abbaia, credo che abbia fame" disse Randazzo "non si potrebbe portargli una scatoletta di cibo per cani? Compratela allo spaccio, la pago io". Tripodi lo punì, ma non era per quella punizione che Randazzo si sarebbe congedato il giorno dopo gli altri: il rigore lo aveva ottenuto per un atto di nonnismo - se poi tali atti erano da considerare tali, o non piuttosto scherzi goliardici, vista la loro bonarietà, almeno lì, tra dottori e diplomati - non denunciato all'ufficiale di picchetto.
    Randazzo girava per la città con una bicicletta che si era portato da Bergamo. La sera del suo compleanno, nel mese di agosto, quando già Andrea Lievi era nell'altra caserma, lo invitò a cena con altri due compagni della prima ora e si era procurato in un supermercato una bottiglietta di grappa Williams. Bastarono due sorsi per ubriacarlo; quella sera Andrea aveva portato la bicicletta in caserma mentre gli altri due, Luraghi e Bassi, conducevano Randazzo.
    Andrea sorrise dell'ingenuità dell'amico e se ne intenerì; ripensava a quella sera e ricordava le stelle nel blu mentre da solo, depositata la bicicletta al corpo di guardia della caserma di Randazzo, tornava a piedi alla sua caserma, distante un chilometro.

    Bassi entrò giubilante: "Ragazzi, ho il permesso di uscita per tutti per i prossimi tre pomeriggi. Anche per te, Andrea. Purtroppo, Randazzo deve restare: Tripodi non vuole sentire ragioni, considera la punizione".
    Uscirono tutti nel sole di aprile, leggeri come fantasmi - del resto i congedanti nel gergo della caserma venivano detti “fantasmi” o “borghesi”. Avveniva dopo il prelievo obbligatorio di sangue. Prima di allora, in quell’ultimo mese venivano chiamati “Max” e quando uno di loro entrava nella stanza, soleva gridare “Ritti, perdio, entra la Max!”.

    Piantavano dei pali dentro il fiume, grandi draghe sostavano sul greto sassoso del Passirio presso il ponte a passerella che conduce in zone un poco periferiche. Com’era verde l’acqua: sembrava quasi opale!
    E camminando sulla passeggiata, alle spalle la Chiesa protestante, Andrea guardava gli operai che lavoravano all’aria tiepida di primavera chiedendosi lo scopo di quei pali, sapendo che sarebbe partito prima che finissero, senza conoscerlo.
    Il pomeriggio scorreva leggero, l’aria di primavera riscaldava i cuori. Nelle antiche vie andavano assaporando quella libertà che l’indomani avrebbe portato. Guardarono le vetrine e le commesse dei negozi del centro, sulle panchine Liberty del lungofiume sostarono oziando ed osservando i bianchi gorghi, dimentichi che quella compagnia il giorno seguente si sarebbe disgregata.
    Bevvero birra al banco della Forst, girovaghi perduti nel meriggio. Personaggi di un libro di Hermann Hesse, cenarono insieme come a celebrare il ritorno alla vita, presto liberi quando sarebbe ritornato il sole.

 

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MERANO, CASERMA BOSIN (ORA ABBATTUTA)

sabato 22 settembre 2012

Nove giorni all’alba

 

Andrea Lievi entrò nella camerata buia, rischiarata solo dalle luci di guerra che diffondevano un chiarore bluastro così da illuminare sufficientemente senza disturbare il sonno. Si spogliò in fretta, controllò che il letto fosse stato fatto normalmente e che nessuno avesse eseguito lo scherzo del "sacco" ripiegando le lenzuola a metà in modo tale che non ci si potesse infilare. Non c’era neppure dello zucchero, solo un palloncino legato alla testiera da qualche buontempone. Il letto era stato fatto a regola d'arte. Era una buona abitudine invalsa in quel plotone quella di far trovare pronta la branda a chi tornasse da una licenza.
Andrea depose la borsa nell’armadietto e appese il giubbino di jeans a una gruccia. “Mi mancherà…” pensò di quello stretto cubicolo di metallo grigio. “In fondo è stata la mia casa per tutto questo tempo. C’erano i suoi ricordi: biglietti del cinema, una cartolina spedita da un’amica incollata con del nastro adesivo appena sotto lo specchio, ombrellini decorativi di cocktail, la locandina di un night club dove non era mai stato, la pubblicità di un locale del centro, il Pub One. E un contenitore realizzato con la scatola di cartone del profumo Brut, dove svettavano il pettine e lo spazzolino.
Fuori il piantone cercava di passare il tempo leggendo un fumetto. Se fossero arrivati il capitano Del Grano o il tenente Pulvirenti sarebbero stati guai… Ma tutto era tranquillo, la luce entrava riflessa nel corridoio delle camerate mischiandosi con il riverbero blu delle fioche lampade di guerra. Andrea si mise il pigiama e andò in bagno con il suo necessaire color crema.
Era mezzanotte quando si coricò. "La mia ultima licenza" pensò, "domani in ufficio sposterò la bandierina a 51 giorni passati a casa e a nove soltanto quella dei giorni al congedo". Era una specie di gioco dell'oca che qualcuno aveva ricavato da una scatola di cartone che aveva contenuto carta per ciclostile: vi erano disegnate tante caselle quanti i giorni di leva da compiere e un prospetto con i giorni di licenza; le bandierine erano spilli con un triangolino di carta colorata. Il suo era verde; quello di Dossi, il suo collega, che ora stava dormendo nella branda sotto la sua, era gialla. Tra di loro c'erano sessantadue giorni di differenza, ma Andrea non faceva pesare quella sua anzianità, anche perché in ufficio comunque comandava lui, in virtù del grado di caporale e della maggiore esperienza, superiore anche a quella del maresciallo Peruzzello, subentrato nel corso dell'anno al maresciallo Illica.

Suonò la sveglia. Andrea guardò l'orologio: le sei e trenta. Balzò in piedi e andò a lavarsi; gli altri stentavano ad alzarsi. Quando tornò trovò un sergente che non conosceva: stava facendo la ramanzina a qualcuno che aveva trovato a letto. Andrea salutò Dossi e gli altri commilitoni che armeggiavano negli armadietti vicini.
Passò a far colazione nella mensa provvisoria, ricavata in un enorme garage. La mensa originaria, dove era riuscito a pranzare solo per pochi giorni dal suo arrivo in quel battaglione era in fase di restauro. Da lì raggiunse l'ufficio attraversando una parte piuttosto nascosta della caserma, passando davanti alla casetta del sarto, al magazzino delle trasmissioni e al deposito all'aperto di camion, cucine da campo, rimorchi e spazzaneve. 
Andrea lavorava alla delegazione staccata del Presidio militare. Era un'abitazione a un piano, dipinta di verde chiaro, che in passato era stata il Circolo dei sottufficiali. Di fronte ad essa un'analoga casetta, il Nucleo Carabinieri, dove lavorava Ferrola, altro compagno di camera, e dove prima di lui aveva lavorato Miglio, suo inseparabile amico per tutta l'estate e l’autunno. Erano quattro mesi già che Miglio si era congedato. "Tocca a me, ora" pensò Andrea e salutò Ferrola che arrivava dalla stradina che lui aveva percorso pochi istanti prima. Tra le due abitazioni c'era un piazzale asfaltato e una ramata con cancelletto separava i due uffici dal resto della caserma. Un cancello scorrevole dipinto di verde dava accesso alla strada di fronte all'ippodromo: da lì loro, che possedevano le chiavi, potevano entrare e uscire indisturbati tutte le volte che volevano. Andrea, con la sua prudenza, diventata ormai proverbiale tra i compagni, ne aveva approfittato solo una volta, una domenica mattina in cui erano venuti a trovarlo i suoi genitori con degli amici. Dossi e Ferrola facevano lunghe fughe notturne e nei week-end tornavano addirittura a casa.
Era una base da cui partire, un luogo sicuro che gli altri della caserma non avevano: qualche sera vi si trovavano anche, con qualche amico fidato.

In ufficio non c'era nessuno, il sole entrava caldo dalle finestre senza tendine della sala d'aspetto e disegnava le ombre sul pavimento di palladiana. Aspettando che arrivassero Dossi o il maresciallo, Andrea iniziò a risolvere i giochi della Settimana Enigmistica. Era il suo hobby: sapeva risolvere quasi tutti gli enigmi, anche quelli difficili, e suscitava ammirazione in tanta gente questa sua abilità, frutto di una buona intelligenza, certo, ma anche di anni di cultura classica e di un costante aggiornamento.
Intanto nella strada gli autobus si susseguivano sbuffanti e frotte di ragazzi raggiungevano il centro. Andrea notò una ragazza carina: aveva i capelli  biondi e ondulati e un grazioso nasino all'insù, indossava dei jeans molto aderenti che le mettevano in risalto le forme. Dopo qualche minuto un autobus se la portò via verso i negozi del centro.
Pensò che questo fatto sintetizzava bene la loro condizione di soldati: vivevano come dietro un vetro - una gabbia di cristallo - e al di là di questa la vita scorreva normalmente, con i suoi amori e i suoi dolori. Ma dentro la gabbia vigevano regole differenti, la vita stessa sembrava sospesa, condizionata da un’attesa continua del congedo: si contavano i giorni, o per meglio dire, secondo il gergo militare, le “albe”; si percorreva una gerarchia salendo di gradino ad ogni scaglione che se ne andava. Da “nipote di terza” si diventava nel corso di undici mesi “La Max”, quello che Andrea era adesso. Tra qualche giorno, effettuato il prelievo di sangue obbligatorio, sarebbe diventato “fantasma”, quello che c’è ma non si vede, detto anche “borghese”.
In quel momento arrivò Dossi: entrò nell'anticamera e lasciò stancamente giacca e cappello sull’attaccapanni. Non amava molto la vita militare, lui. Disprezzava quel cappello con la penna che Andrea invece amava, anche per tradizione familiare. Diceva sempre che al congedo l’avrebbe buttato in autostrada. Dossi aveva portato a Merano la sua Alfetta 2000 blu. Era sempre pulita e tenuta con cura, Andrea spesso elogiava questo comportamento dell'amico, lui che invece non dedicava molto tempo alla sua auto e che non si intendeva molto né dei motori né delle ultime novità. Dossi invece sapeva citare qualsiasi dato delle auto sul mercato: prezzo, cilindrata, consumi, se avessero la trazione anteriore o posteriore, numero dei cavalli-vapore e così via.

Dossi sacramentò perché con la coda dell’occhio aveva scorto la Visa azzurra del maresciallo Peruzzello fermarsi davanti al cancello: uscì e fece scorrere la lunga inferriata verde. Non era necessario salutare militarmente - erano tutti comportamenti che si apprendevano osservando gli “anziani”, Andrea imparò dal suo collega Farina, Dossi da Andrea. Solo davanti agli ufficiali si portava la mano alla fronte: il tenente colonnello Franchi, per esempio, che era stato titolare del Presidio e che venne a reggere la Delegazione nel mese vacante tra i due marescialli; o il colonnello Bon, suo amico, che qualche volta venne a fargli visita; o quando si incrociava il maggiore dei Carabinieri che giungeva a ispezionare il vicino Nucleo.
Il maresciallo, un casertano piccolo e robusto - veniva da Marcianise - sembrava, come ogni giorno, aver dormito con la divisa addosso. Si sedette nel suo ufficio e chiamò i ragazzi per i compiti da svolgere quel giorno.
«Lievi, oggi dovrebbe arrivare il tuo sostituto: spiegagli un po’ quello che deve fare, mostragli gli archivi e… insomma istruiscimelo bene perché tu sai tutto qui…» la sua voce cavernosa rimase sospesa nell’aria mentre tossiva, «si chiama Mair, è un altoatesino». Poi guardò Dossi e spalancò un ampio sorriso: «Lo vogliamo congedare il tuo amico qui? E allora prepara l’ordine per il prelievo di sangue, ciclostila tutto ché poi io faccio firmare al generale”. Spianò il quotidiano “Alto Adige” sulla scrivania, segno che la conversazione era terminata e che i ragazzi potevano mettersi al lavoro.

Johann Mair arrivò verso le dieci. Era un ventenne allampanato con i capelli irti e un’aria da apprendista stregone. Disse che abitava davanti al passo carraio della caserma, e quindi cenava in famiglia tutte le sere, il sabato e i giorni festivi. Andrea lo trovò subito simpatico, lo mise a proprio agio mostrandogli i locali del Presidio: l’anticamera, che, con divano e poltrone, fungeva da sala d’attesa per eventuali ospiti; l’ufficio del maresciallo, con il telefono da usare per comunicare con l’esterno; l’ufficio degli scritturali, con due scrivanie, due macchine per scrivere e due telefoni per comunicare con i numeri interni; la sala degli archivi, con i classificatori di metallo, il ciclostile e la macchina tritadocumenti; quello che era stato il gabinetto medico, quando le visite di controllo erano di competenza presidiaria, e ora era una sorta di ripostiglio con un lettino da ambulatorio; il bagno. Quei locali un tempo lontano erano stati il circolo sottufficiali.
Dossi, che aveva battuto a macchina, ricopiando dalla vecchia circolare, l’ordine per il prelievo di sangue obbligatorio per il congedo del 3° scaglione ‘88, mostrò al nuovo arrivato l’uso del ciclostile: “Molto bene” pensò Andrea, “in fondo era Dossi che doveva lavorare con Mair, lui ormai era praticamente un ”borghese”.


 

Alla mia scrivania

sabato 15 settembre 2012

Lettera non spedita (VII)

 

Carissima P.,
            una collana di luci stasera adorna i portici, vestendoli in modo naturale come se ancora ci fossero i lampionai che passano al tramonto. Questa sera non ho voglia di rincasare: voglio solo restare fuori, vagabondare per le strade senza altra meta che i miei pensieri. Ho deciso di dare un taglio al passato e le forbici passano impietose sulla mia timidezza e sulle mie paure: ho deciso di lasciarti andare…

Ma sulla sponda del fiume ho trovato il tuo ricordo, le tue mani affusolate, i tuoi occhi bruni, i tuoi capelli lunghi sciolti sulle spalle, i tuoi seni piccoli da tenere nelle mani, il tuo sorriso, le tue gambe, belle, che gli uomini per strada si voltano a guardare, tu che non porti mai i calzoni e ti veli con i collant. E adesso non sono tanto più sicuro di voler cambiare perché sei tu la cosa più bella che ho avuto dalla vita, quel nostro amore fatto di sole e di mare, quel nostro amore d'estate. Mi siedo al tavolino di un caffè all'aperto e nella birra ritrovo ancora te: non so se amavi più me o quella mia goffa timidezza che aveva bisogno della tua esuberante impudenza.

Sì, d'accordo, lo so: amavi me, non ti adombrare, è stato stupido da parte mia pensare che tu volessi stare con me per essere una madre più che un'amante. D'accordo. E anche adesso non sai quanta fatica mi costi scrivere questa lettera per te, non sai quanta nostalgia arrechi il ricordare i giorni felici con te. E se il foglio è un po' bagnato, non è birra: sono le lacrime che ho versato pensando alle nostre sere, pensando a quel nostro addio di settembre. Ora ho deciso: non ti cercherò più, ma non ti dimenticherò. Sappi che ti amo.

Nessuna donna potrà dire «Sono stata amata»
più di quanto io ti ho amata.
CATULLO, Carme 87 


Merano, 19 marzo 1989

 

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ELABORAZIONE GRAFICA © DANIELE RIVA

sabato 8 settembre 2012

Quel tipo

 

Quel tipo, no… ancora lui! Oddio, speriamo che non mi abbia visto…

Era al Colosseo, l’ho scorto per un attimo che mi osservava dall’altro lato della strada, era addossato alla recinzione dell’Arco di Costantino. E poi anche a San Giovanni in Laterano, quando sono entrata nel caffè per prendere una bottiglietta d’acqua: era seduto al bancone, un po’ in fondo, ma nella penombra ho visto scintillare il suo sguardo, ho provato la sensazione di una lama, come se un coltello appuntito mi fosse stato posato sulle palpebre. Ed era anche sul SightSeeing, era in fondo all’autobus, anche lì: mi pare di non averlo notato però in Vaticano, quando siamo scesi ed entrati nella Basilica di San Pietro.

Stai a vedere che… no, ma non è possibile! Stai a vedere che è un diavolo e non è potuto entrare per via dell’acqua santa… Anche in San Giovanni in Laterano l’ho visto soltanto fuori. Sì! L’ho intravisto anche ai Fori, e certo lì poteva entrare. No, perché se fosse stato un angelo, in Vaticano sarebbe entrato…

- Bambina, bambina… Ehi. Psst, bambina

- Dici a me, signora?

- Sì. Mi fai un favore? Dimmi se vedi un uomo vestito di scuro con la barba e un cappello dall’altra parte della piazza…

- Mmmh… Sì, c’è un uomo così.

- E cosa sta facendo?

- Niente. È seduto e guarda qui.

- Ma non ha la coda? Non ha gli zoccoli fessi?

- Signora, non capisco cosa dici… Come può un uomo avere la coda? Non è mica una scimmia! E gli zoccoli poi, sarebbe un cavallo…

- Sì… va bene, grazie, grazie bambina.

Oddio, è qui per me. Adesso mi alzo e cerco una chiesa, subito. Tanto a Roma ce ne sono centinaia. Lo sapevo che mi seguiva. Lo sapevo!

- Signora, signora! Guarda che quell’uomo viene verso di te…

- Cosa dici, bambina?

- L’uomo vestito di nero sta venendo verso di te.

- Oddio… Oddio…

Nella stanza ci sono due uomini in camice bianco. È un laboratorio medico con molti strumenti elettronici e misuratori vari. Sul lettino c’è una donna giovane e bella, con i capelli ramati. Uno dei due uomini in bianco, il dottor James McNamara, le si rivolge con voce dolce, come si farebbe parlando a una bambina: “Apra gli occhi, signora Phillips. Su, forza si svegli… Bene”.

Lucinda Phillips spalanca gli occhi azzurri: il suo sguardo è, più che spaventato, un po’ smarrito. “La seduta per oggi è finita, vada pure. Adesso le prescrivo una scatola di Ativan, così può curare qualche eventuale stato ansioso. Ma non ne abusi, mi raccomando”.

Quando Lucinda Phillips è uscita, il dottor McNamara si rivolge all’altro uomo in camice, il dottor Peter Stratford: “Come ti dicevo, disfunzioni di un certo tipo nel cervello inducono le persone a riferire esperienze che non hanno vissuto. Sentono gli odori, i suoni, vedono dei fantasmi e addirittura sono colti da sentimenti mistici”. Il dottor Stratford assente: “Interessante, Jim, ma dimmi, come ti sei accorto di queste caratteristiche sensoriali?” Lo sguardo di McNamara si accende, si accalora anche un po’ e ci si può accorgere dal tono della voce di quanto la cosa gli stia a cuore: “La paziente era in cura per un’epilessia, causata da una disfunzione del lobo temporale. Un giorno fu colta dalla crisi nella sala d’attesa: raccontò di essere inseguita da uno strano uomo vestito di nero, parlò di una bambina, forse proiezione del suo io, con cui dialogava. Non c’era nessuno, naturalmente, e l’infermiera mi chiamò immediatamente. Poi, sono stato in grado di causare chimicamente queste visioni. Poi, per qualche mese la paziente non ha altri episodi di questo genere”. “Un uomo vestito di nero, però che fantasia… Un agente dell’FBI, Jim? John Travolta in Pulp Fiction? I Man in Black? Uno dei fratelli Blues?” ride il dottor Stratford. “Un emissario del diavolo, Pete… Un emissario del diavolo…”

 

MARTIN PARR, “TUTTA ROMA”

sabato 1 settembre 2012

Ex alunni

 

“Il mio sogno è nutrito d’abbandono, di rimpianto”  diciamo con Gozzano io e Patrizio camminando sotto il pergolato di un’antica glicine che c’era anche allora. Non amiamo che il passato, ciò che è irrimediabilmente passato, non come Daniele B. che entra nella vita con le sue chiacchiere e la fa sua come le tante sue avventure. Ha appena finito di raccontarci dell’estate trascorsa in Thailandia, di come a Phuket fuori dai locali anziché i buttafuori ci siano i “buttadentro” – gli occhi gli luccicavano a questa battuta, forse risentiva in bocca il sapore strano della birra di là, rivedeva il bancone, le donne facili. Poi è corso via, a prendere la moglie dai suoceri, promettendo di tornare.

“Qui c’era il muro” dice Patrizio toccando con la mano aperta un punto invisibile nell’aria. E lentamente percorriamo il viale erboso, dove crescono i funghi, dirigendoci verso la cappella della Vergine, restaurata. Sostiamo lì davanti e notiamo quante case siano spuntate da allora nella pianura che si estende oltre i campetti da calcio - come quei funghi sotto il pergolato - persino una palestra. E tutti conosciamo il grande centro commerciale che a un chilometro da qui allarga i suoi tentacoli con svincoli e parcheggi.

“Tutto è irrimediabilmente perduto” dico, forse con l’amarezza dei miei anni. E ricordiamo le file ordinate, le punizioni, i compagni più turbolenti, il refettorio con le tovaglie a quadretti e i bicchieri Duralex e i bottiglioni pieni di acqua del rubinetto, le battaglie di calcio sul campo in sabbia circondato dai pioppi, che sembrano più piccoli adesso, paragonati alla nostra corporatura di uomini.

È lì, sul campo, che ci raggiunge Daniele B. con la moglie e la figlia. Ricordiamo i posti in classe, l’insegnante d’inglese, altri professori, i loro soprannomi: “Lucertola”, “Balena”, la “Sbrocca”. Daniele B. è perplesso, non sa se fermarsi a cena con noi, poi si decide. Forse anche lui, in fondo, ama il passato, come una donna che non ha mai saputo conquistare.

 

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sabato 25 agosto 2012

Pinot bianco di Ravenna


Oggi in tavola c’è un Pinot bianco: l’ho appena tolto dal frigorifero e cominciano già a formarsi goccioline di condensa. Prendo il cavatappi e lo stappo, mi verso un bicchiere in attesa che gli spaghetti siano cotti. Buono, però… Leggo l’etichetta: Pinot bianco di Ravenna…

La memoria ha uno strano modo di funzionare: mi sa che è una specie di enorme magazzino dove sono ammassate le migliaia e migliaia di ricordi ed emozioni che abbiamo raccolto durante la nostra vita. Ma non ha un suo metodo scientifico nel recuperarli, non c’è una lista di controllo su cui spuntarli, forse funziona come la fase random di un computer, in maniera del tutto aleatoria. O forse ancora ci sono delle particolari inconsce sensazioni o aromi o gusti o fisicità ignote che interagiscono e fanno sì che un determinato ricordo si presenti in un determinato momento. Perché non è la prima volta che leggo il nome di Ravenna da allora ma è soltanto adesso che la memoria ha pescato questo ricordo associandolo all’etichetta di questo Pinot bianco.

…e torno con la mente ad un mattino d’aprile di tanto tempo fa. Eravamo in gita scolastica, in prima liceo classico – non avevo dunque ancora diciassette anni – e con il mio inseparabile compagno di banco Luca conoscemmo due ragazze in centro, dalle parti del Duomo. Erano sedute fuori da un negozio che vendeva pizze e focacce e ridevano come matte. Ci sedemmo con loro sui gradini, bevendo Coca-Cola dalle lattine che avevamo comprato. Ci dissero di aver marinato la scuola con un termine diverso da quello che usavamo noi – “impiccare” – e che purtroppo non sono in grado di ricordare, comunque dovettero spiegarci cosa significava e probabilmente sembrammo anche due imbranati. Comunque, parlammo un po’ di noi, i soliti discorsi che si fanno tra ragazzi e ragazze: la scuola, la musica, gli amori. Finimmo a passeggiare per le strade del centro con la mano nella mano, ma non trovammo il coraggio di baciarle. Non so come – la memoria ha cancellato o spostato altrove nel suo immenso e disordinato magazzino questo dato – finì che ci salutammo.

Un sorso di Pinot bianco di Ravenna per me oggi è stato la madeleinette che Proust inzuppò nel tè di tiglio, la fonte del ricordo di un giorno ormai lontano in cui non feci che pensare a una ragazza bionda che non avevo baciato.


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FOTOGRAFIA © RAVENNA24ORE

sabato 18 agosto 2012

Venerdì notte

 

da “Nighthawks” di Edward Hopper

La rossa si chiama Samantha e adora i papaveri. Non è un caso che indossi un vestito scarlatto. Lavora come segretaria in un ufficio della Fifth Avenue. Una volta che ero da quelle parti l’ho vista scendere da un autobus e infilare il portone in stile Liberty inseguita dagli sguardi di una dozzina di uomini di ogni età. Due ragazzi stavano commentando qualcosa a proposito delle sue capacità amatorie. Mocciosi… però avevano certo ragione: Samantha ha quel modo di agitare il bacino che è una poesia d’amore, un invito, una proposta. Poi… poi le cose stanno come stanno e non c’è verso.

L’uomo alla sua destra è Timothy McIllroy, il suo capo. Ha 42 anni ed è sposato con Mary Beth, una grassa casalinga dell’Idaho. Chiaro che non si faccia vedere per locali con lei. Però è una pasta d’uomo, appena può passa alla Congregazione per dare una mano o almeno un sostegno economico a padre O’Leary. Guardatelo come liscia nervosamente il bancone di mogano: sa che a casa lo aspetta una scenata con Mary Beth, sa che annuserà il profumo intenso di Samantha, gli rimane sempre sull’abito. E riuscirà a convincerla solo dopo un diluvio di parole.

L’uomo solo seduto all’altro lato del bancone si chiama Peter Mahoney, è un commesso viaggiatore di spazzole e ogni venerdì è qui a New York, dice che è di Boston ma l’accento del sud che ogni tanto spunta fuori lo tradisce. Probabilmente quel suo parlare strascicato che corregge subito è retaggio di un’infanzia trascorsa in Alabama o in Georgia. Comunque sia, ogni settimana dell’anno lui è qui, di venerdì.

Tra poco Timothy McIllroy pagherà i bourbon e saluterà Samantha Camminerà lento per le strade buie e lentamente guiderà verso casa. Parcheggerà la Ford T sul vialetto e affronterà l’ennesima discussione con Mary Beth. Quando sarà uscito, Peter e Samantha aspetteranno ancora cinque minuti e poi se ne andranno via a braccetto, come fanno ogni venerdì, verso il motel dove lui alloggia.

“E tu, tu come le sai tutte queste cose?” sento già da un po’ le vostre voci pronte a pormi questa domanda – morite dalla voglia, vi strozzate quasi dalla curiosità. Ma, perbacco, signori! Ma, caspita, signore! Io, io so tutto, io sono il barista…

 

EDWARD HOPPER, “NIGHTHAWKS”

sabato 11 agosto 2012

Il bicchiere di tè freddo

 

John Despeyroux guardò il bicchiere vuoto che aveva contenuto tè freddo: erano rimaste solo le goccioline di condensa causate dal contrasto tra il liquido ghiacciato e l’elevata temperatura esterna. La Louisiana si estendeva per miglia e miglia oltre quella veranda dove sedeva su una vecchia poltrona a dondolo consunta dagli anni e dagli elementi: dove finiva il giardino, svettavano enormi noci di pecan su cui si arrampicava il muschio spagnolo con i suoi fiori rossi e blu: più in là si intravedevano i campi di cotone; ancora oltre si estendevano le paludi dei bayous.

Il pomeriggio era un languido guanto di velluto che accarezzava la pelle con il suo tocco caldo. John prese la brocca per versarsi dell’altro tè freddo: riempì il bicchiere e ne prese una lunga sorsata. Guardò il liquido: ce n’era poco più di metà. “Questa è la sete” pensò, “questo sorso che ho bevuto, il prossimo sarà il sorso del piacere, quello che gusterò, poi verrà un terzo sorso e sarà quello della consapevolezza di questo piacere; infine l’ultimo sorso, quello che vuoterà il bicchiere, sarà già quello della nostalgia”.

“Così è anche per l’amore” continuò il suo ragionamento Despeyroux, “c’è una prima fase di acuto innamoramento, quando si mira a estinguere quella sete d’amore che ci brucia nel petto e ci si tuffa a corpo morto; poi viene il momento in cui senza quasi neanche accorgersi, si finisce nel gorgo della passione – quello è il secondo sorso, il piacere. Poi, ci si distacca appena, come per osservare le cose da un punto di vista esterno, e quello è il momento in cui si ha la consapevolezza dell’amore e del suo piacere. Infine, come in ogni avventura umana, avviene il distacco, l’ultimo tratto d’amore percorso insieme…”

Il bicchiere di tè freddo gli tremò per un istante tra le mani: il ricordo di Anne Marie era ormai impresso a vivo nella sua mente, l’amore perduto che gli doleva nel cuore come una spina. John vuotò il bicchiere d’un fiato, poi si alzò e si avviò verso i grandi noci a controllare i lavori nei campi di cotone asciugandosi una lacrima dagli occhi. Chi lo vide pensò che si stesse semplicemente detergendo una goccia di sudore.

 

Recipe

FOTOGRAFIA © RECIPE

sabato 4 agosto 2012

Vent’anni


I calendari generano eventi: io di te divenni consapevole un pomeriggio afoso quanto questo. Non ho dimenticato, come vedi: vent’anni di illusioni e compromessi su di noi, ma io non ho dimenticato.

Vent’anni da quel pomeriggio caldo in cui presi coraggio e venni da te - complice un libro, come per gli amanti del famoso quinto canto dantesco. Vent’anni da quel dondolo sul quale la prima volta parlammo di noi - dicesti di un acquazzone improvviso che ti rovinò le scarpe, del tuo viaggio in America: il deserto e i grattacieli, New York e Los Angeles. Di me ti dissi il poco che sapevo, con una timidezza che forse tu amasti: provasti a togliermi dal guscio, bimba curiosa affascinata dal timore.

Mi conducesti per mano - bambino ero, ricordi? - e mi guidasti lungo sere nuove di giochi e di cinema, di mille stelle. Uscivamo e guardavo il cielo terso. “Io e lei” mi dicevo, “Io e lei” esultavo, “Insieme” e già temevo il tempo, studiavo il modo di fermarlo, di essere insieme per sempre, per l’eternità. Se fosse stato un immenso orologio, avrei trovato un lungo chiodo nero da conficcare in mezzo alle lancette come nel cuore di un cruento vampiro.

Camminavo al tuo fianco ed era come se stessi al passo lieve di una dea. Camminavo su petali di rosa, su morbidi cuscini, sulla sabbia. E il tuo sorriso, che mi innamorò! Davanti allo specchio lo ricreavo ed era come essere te, essere con te. Ho riprovato: non mi viene più… forse i muscoli induriti o chissà cos’altro, forse questa gioventù che finisce; non voglio - no: non posso - ammettere che l’ho dimenticato: se chiudo gli occhi, ancora lo rivedo.

Così non mi resta altro da fare che guardare l’orizzonte indefinito e perdermi nel cielo senza fine inseguendo il ricordo di una donna, l’unica amata - perduta per sempre. E ritornare alle consuete cose, lo svago di un romanzo, di uno schermo. Ma tu continui a chiamarmi, dolcissima. E corro a dedicarti una poesia. Così ogni giorno, vent’anni, ogni giorno o quasi della settimana. Scrivo da prima di te, ma è da te che ho preso forza e vigore, da te nutrimento.

 

 

JACK VETTRIANO, “THE INNOCENTS II”

sabato 28 luglio 2012

Senza poesia

 

“Come fanno gli uomini a vivere senza la poesia?”
GHIANNIS RITSOS, Quarta dimensione

Tempo fa mi capitò di attraversare il Razistan, aspra terra di confine dove gli abitanti ignorano la poesia: insomma, in quelle lande sperdute tra le alte montagne, dove gole e forre profonde si intervallano, nessuno è in grado di cogliere il significato semantico delle parole, e quindi neppure il ritmo musicale. Non riescono naturalmente neppure a meravigliarsi o a stupirsi di fronte alla bellezza del creato e persino di una donna. Pertanto, l’emozione che è alla base della poesia ai razistani risulta completamente sconosciuta.

Una notte, dalle parti di Logos-Logos, la capitale del Razistan, in una vallata desertica dove soffiavano venti monsonici, si levò una luna piena indescrivibilmente grande. Volevo rendere partecipe Osman, il mio accompagnatore razistano, un esportatore di tappeti, dell’emozione che la bellezza di quella luna generava in me. Cercavo le parole per significargli l’intenso stupore che quell’enorme moneta d’argento accesa nel buio della notte aveva originato. Gli proposi naturalmente l’analogia della moneta, ma Osman non capiva. Provai con qualcosa di più terra terra, ovvero la paragonai a un disco di metallo, a una di quelle teglie che avevo visto in un forno di Logos-Logos per cuocere il tipico pane locale. Ma non funzionò. Dissi che sembrava un pezzo di burro, che era un enorme bottone bianco cucito al cielo, provai addirittura il plagio citando il famoso punto sopra un’i gigante di gozzaniana memoria. Non funzionò. Osman non poteva comprendere: non era in grado di collegare la parola allo stato d’animo che mi pervadeva. Rimaneva lì sbigottito, con l’espressione che avrebbe avuto se di fronte a lui, anziché un occidentale di un metro e ottanta, avesse avuto un alieno proveniente da una lontana galassia, con sei occhi e quattro braccia, alto tre metri.

Alla fine sbottai. Ma Osman, insomma, che cosa vedi tu lassù? “Monzòt” rispose, la parola razistana che vuol dire semplicemente e genericamente “pietra”.

 

ILHAN YILDIRIM, “MONDLICHT”

sabato 21 luglio 2012

Lettera non spedita (VI)

 

Carissima P.,

il patto che un giorno noi due stringemmo, o forse è meglio dire il patto che io solo strinsi, sarà ancora valido? Oppure sarà sciolto come si scioglie la cintura di un kimono che ti lascia nuda scivolandoti ai piedi?

Riflettici: nuda tu come la verità, e perdona la metafora un po’ impudica e certo impertinente. Pensa e ripensa la tua vita, cara amica, pensa che la tua rosa vive ancora nel mio vaso, che ogni giorno la curo e la annaffio, e anche questa è una metafora. Chiediti se hai onorato quel patto e, se ancora non lo hai fatto, domandati se sei in tempo per saldare il debito.

Vorrei che questa lettera sollevasse il telo posto sul ricordo, sul passato, come quegli stracci che si posano sui divani, sui tavoli, sulle sedie di una casa che rimane a lungo disabitata per proteggerli dalla polvere.

Confermami, amica mia, che quel patto tra di noi è esistito, che non si è trattato di un sogno che ho fatto in una notte solitaria.

 

JACK VETTRIANO, “IN THOUGHTS OF YOU”

sabato 14 luglio 2012

Les jours d’antan


“Dov’è la vita che abbiamo persa vivendo? Dov’è la saggezza che abbiamo persa nel sapere? Dov’è il sapere che  abbiamo perso mettendo insieme nozioni?” THOMAS STEARNS ELIOT
Dove sono i giorni di ieri? Che ne è stato della scampagnata con la tovaglia a quadri, il cestino da picnic posato sopra, la bottiglia di vino bianco e l’anguria messi in fresco nell’acqua del torrente? Che ne è stato dei pomeriggi di spiaggia trascorsi a raccontarsi, a giocare a bocce, a riempire le caselle bianche della Settimana Enigmistica? Che ne è stato della luna di burro che si sdoppiava nel mare mentre la nostra ombra diventava tutt’uno con quella di un’altra persona? Che ne è stato dell’amore che abbiamo coltivato con tanta passione, che abbiamo fatto sbocciare e fiorire? E dei giorni di studio e di lavoro, messi in fila come un lunghissimo rosario?
E ancora: che ne è stato di ciò che abbiamo perso, delle occasioni fuggite, delle strade non prese? Che cosa sarebbe successo se quel giorno avessimo detto sì oppure no, se avessimo temporeggiato, se fossimo andati in un posto invece che in un altro, se avessimo incontrato una persona invece di un’altra?
E dov’è l’ingenuità dell’infanzia? Che ne è stato di quella dolce ignoranza che aveva in sé la sua saggezza? Eravamo sacchi vuoti da riempire ma avevamo già un’anima, una nostra capacità di distinguere bene e male, una morale, un’etica. In quei sacchi abbiamo messo molta farina, e ora non sappiamo più che cosa c’era sul fondo.
 

SPENCER COLEMAN, “BOTTOMS UP!”




sabato 7 luglio 2012

Campioni del mondo!

 

Sono trascorsi trent’anni! È da questo che uno capisce di essere invecchiato, di avere ormai lasciato alle spalle la gioventù. Trent’anni da quel delirio collettivo dell’11 luglio 1982, la notte in cui Nando Martellini commosse fino alle lacrime milioni e milioni di italiani radunati davanti ai televisori quando pronunciò con enfasi il triplice “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!”. L’Italia che era uscita distrutta da quasi tutte le competizioni calcistiche del dopoguerra – salvo l’Europeo vinto in casa nel 1968 - tornava sul tetto del mondo 44 anni dopo il secondo trionfo della squadra di Pozzo. Subito dopo il fischio finale cominciò la festa per le strade con uno sventolio di tricolori come non s’era mai visto e tuffi nelle fontane.

Tutto era cominciato in realtà quattro anni prima, quando Enzo Bearzot, il ct, costruì una squadra capace di battere l’Argentina a casa sua ed arrivare quarta dopo aver perso la semifinale con l’Olanda per un paio di tiri da oltre 30 metri. L’ossatura c’era, Bearzot ci innestò giovani di belle speranze come il ventunenne Antonio Cabrini e il diciannovenne Beppe Bergomi, e quel Paolo Rossi che aveva scontato una lunga squalifica per il primo calcioscommesse del 1980. La nazionale italiana passò il girone eliminatorio con affanno, tre pareggi e molta fortuna, grazie a un solo gol segnato in più del Camerun. Ci toccò il girone impossibile con l’Argentina di Maradona e il Brasile di Zico. Il contropiede, le marcature rigide e lo stellone ci consentirono di abbattere 2-1 i gauchos e 3-2 i carioca. In quella partita meravigliosa in cui il Brasile, cui bastava il pareggio, tentò comunque di vincere secondo suo costume e poi perse, si sbloccò Paolo Rossi, che siglò tutti e tre i gol italiani. Altri due li infilò alla Polonia in semifinale e un altro alla Germania in finale, dopo che Cabrini aveva fallito un rigore e prima delle reti di Marco Tardelli – il celebre “urlo” quasi alla Munch  – e Alessandro Altobelli. Il gol di Altobelli tra l’altro consentì al presidente Pertini, che era allo stadio Santiago Bernabeu di Madrid, di dire a re Juan Carlos che era seduto accanto a lui “Non ci prendono più!” con un gesto della mano tipicamente italiano. Era la squadra del compianto libero Gaetano Scirea, del mastino Claudio Gentile, del mediano Gabriele Oriali, di Fulvio Collovati e Giancarlo Antognoni, di Ciccio Graziani, del motorino Bruno Conti.

Dino Zoff, il portiere e capitano, sollevò la Coppa del Mondo al cielo di Madrid e quell’immagine divenne il francobollo disegnato da Renato Guttuso, celebrativo della vittoria, dell’enorme emozione che era stata regalata agli italiani, che venivano dagli anni di piombo e avevano un’inflazione galoppante a due cifre. Stava per aprirsi la stagione della Milano da bere, dell’edonismo reaganiano, dell’illusione di Wall Street, delle giacche colorate. Quello è il Mondiale che sento mio, quello vissuto da ragazzo innamorato, quello che trent’anni fa sotto una luna fantastica in una notte di grilli celebrai per le strade con la mia bandiera tricolore e i miei diciott’anni. Da un televisore arrivava la voce di Giuni Russo che cantava Un’estate al mare. Com’era bella la luna nelle fontane! Com’era bella la vita!

 

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sabato 30 giugno 2012

Troppi anni

 

Tempo ne è passato. Tanto tempo. Il giorno è questo, solo nella cifra, solo nel mese. Era venerdì allora, oggi è lunedì. È cambiato il secolo, il secondo millennio è scivolato nel terzo. È crollato il muro di Berlino, sono state abbattute dai terroristi le Torri Gemelle di New York, c’è un altro papa, c’è un altro presidente della Repubblica, negli Stati Uniti un nero è diventato presidente. Sono state combattute guerre in Afghanistan e in Iraq, si è dissolto l’impero sovietico, il vento della democrazia ha cacciato l’orso russo dalla Polonia, dall’Ungheria, dalla Romania. La Cecoslovacchia si è divisa, così anche la Jugoslavia – e le sirene della guerra hanno suonato per la prima volta in Europa dopo il 1945 - la Germania si è unificata. La tecnologia ha proposto oggetti inimmaginabili, televisori dallo schermo ultrapiatto, computer e telefoni portatili, tavolette e smartphone con i quali collegarti a Internet dovunque. Ah, Internet non c’era…

Tempo ne è passato davvero tanto, acqua sotto i ponti ha eroso le arcate, le sponde, ha levigato sassi sul fondale. Gente è nata, altra se ne è andata. I bambini sono cresciuti, gli adulti sono invecchiati. Fogli di carta sono ingialliti, pagine di libri sfarinano, le rilegature cedono. Polvere si è posata su case e mobili, arredi sono stati sostituiti, oggetti sono stati rimodernati, facciate intonacate, pareti ridipinte. Vestiti, maglie e camicie sono stati usati e usurati, gettati, dati alla Caritas, usati come stracci per pulire i vetri. Altri sono stati acquistati nelle boutique del centro, nei nuovi franchising dei centri commerciali. Automobili hanno percorso migliaia e migliaia di chilometri, sono state demolite, rottamate, vendute, date in cambio di un’auto nuova e questa a sua volta demolita, rottamata, venduta, data in cambio… e altre e altre ancora.

Ma adesso, ora che il mio orologio – un altro, non il Wyler Vetta che avevo quel giorno – segna le due e un quarto, adesso io sto pensando a te, a quel pomeriggio afoso, tanto che le nuvole si appiccicavano addosso. Sto pensando che tutto cominciò quando mi sedetti al tuo fianco e cominciai a parlare. Tu raccontavi, io raccontavo. Tu mi guardavi, io ti bevevo con gli occhi. La matita verde con cui riempimmo cruciverba chissà dove sarà finita. E i miei jeans e la mia maglietta blu a righe gialle, e il tuo vestito azzurro, le tue ciabattine bianche, le mie espadrillas chiare… Tanti anni sono passati. Troppi anni. Ma è come se non fossero mai trascorsi se rivedo il tuo sorriso nella penombra dello specchio. Fu quel sorriso a farmi innamorare…

 

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HENRI CARTIER-BRESSON, “SIDEWALK CAFÉ”

sabato 23 giugno 2012

Un sogno?

 

Le immagini  si susseguivano  instancabili come una fila interminabile di formiche: si presentavano agli occhi chiusi sotto forma di spezzoni cinematografici o di fotogrammi o di luminose fotografie. Un sogno? O la fusione di pensieri e illusioni con l'immaginario? Mathilda seduta sulla riva del mare o di un lago, assorta, il bel corpo magro su uno scoglio ruvido. “Prima che all'amore voglio pensare al sesso” aveva detto. Ma era lei che baciava lo specchio? Era lei che, presi i vestiti, usciva nuda nella luce rossa tenendo il fagotto sotto il braccio?

Sei troppo bella e la tua bellezza urla triste: guardate le modelle longilinee e senza seno, guardate i loro visi, le labbra: non sorridono mai. Desideravano quello che non potevano avere: poi l’hanno avuto e ora desiderano quello che non possono avere e che forse avevano allora e per loro il giorno è grigio. Mathilda si rotola nuda sulla sabbia e sorride, anzi ride, ride come una bambina, poi si alza e porge il viso al sole, porge tutto il suo corpo come a un dio perché ne faccia ciò che vuole.
     
Vorrei che l'anima mia tutta    
entrasse nel tuo corpo minuto  
ed essere io il tuo pensiero  
ed essere io la tua bianca veste.
*
 
“Più dea che donna” aveva detto e lei non si smentiva nell'ultimo tramonto, Venere di Cipro con quel cappello in testa e le gambe nude si era poi seduta e contemplava la sabbia, calcolava il vento e il fluire del tempo; si rivelava donna sorridendo, animaletto docile e triste che chiedeva carezze.  

Ed io penetrerò intanto            
nel tuo corpo dolce e debole            
e sarò, donna, te stessa             
dimorando per sempre in te.
*

Mathilda ora ti capisco, ora ti so tutta e mi sembra che sia stato sempre così; ora ti comprendo, sento i tuoi dolori come se fossero i miei, ora che non ci sei, ora che non so più dove trovarti.                             

(9 settembre 1991)

 

BEN ALLEN, “SHELTER FOR THE SUN”

sabato 16 giugno 2012

Lo specchio


Stephen Waterhouse entra nella sua camera da letto: dalla finestra socchiusa si infila nella stanza una lama di luce calda, combinazione del sole d’estate e del riflesso sulle pareti tinte di giallo del palazzo di fronte. All’improvviso si ferma, colpito dall’immagine che il grande specchio riflette, nel semibuio della penombra: le lunghe tende di mussola, veli leggeri attraverso i quali traspare un tratto della balaustrata di pietra del balcone, la poltrona con appoggiata una mezza dozzina di libri, il grande letto con le lenzuola bianche. E sul letto, seduta con le ginocchia strette e i capelli sciolti, Fiona. Il veleno e miele di Fiona, amata con una follia degna del miglior Catullo e svanita con la perfidia della peggior Lesbia.

Stephen si avvicina e l’immagine nello specchio naturalmente svanisce. Non le tende candide e profumate di bucato, non la vecchia balaustra del balcone, non la poltrona con i libri, non il letto dalle lenzuola disfatte. Solo Fiona, Solo la sua immagine nuda che si era materializzata per l’abitudine del ricordo, per il desiderio di un sogno, per il mai sopito amore che ancora lo tormenta.

La dolcezza che contro ogni ragione Stephen pregustava – l’amore non conosce ragioni – si è immediatamente trasformata in un amaro fiele, in un succo aspro che più che la bocca dello stomaco gli cinge i pensieri. Fiona è un’ombra. Fiona rimane un’ombra nella sua vita, un fantasma che si aggira qua e là nei giorni. Fiona è lo spettro della sua voglia d’amore e lo fa sentire stupido ogni volta che cade i quei tranelli, in quei miraggi come un carovaniere nel deserto attratto da una morgana. Aveva creduto alla luna, Stephen, l’aveva intravista per un istante nel cilindro del pozzo e, accecato dalla sua passione, aveva creduto di poter allungare una mano e afferrarla.

È a questo che sta pensando Stephen mentre si osserva nello specchio: un uomo sui trentacinque anni vestito con un elegante completo color fumo di Londra, un’impeccabile camicia bianca e una maschera di malinconia.

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BERTHE MORISOT, “DONNA DAVANTI ALLO SPECCHIO”

sabato 9 giugno 2012

Sono nato in un laboratorio di maglieria

 

Sono nato in un laboratorio di maglieria… No, in realtà sono venuto alla luce di questo mondo in un ospedale di Bergamo, ma è come se fossi nato in quel laboratorio di maglieria dove i miei nonni e mia mamma sgobbavano dalla mattina alla sera – se dico che erano gli anni del boom economico scoprirete la mia età, ma io non sono vanitoso e lo dico: i ruggenti Sessanta finivano e si avviavano sulla china della crisi del petrolio e degli anni di piombo. E io ero lì, in quel laboratorio, nel mio recinto – ora li chiamano box, forse i pediatri pensano addirittura che sono dei lager in miniatura – io invece mi divertivo, con i miei giochi e le coccole della dozzina di operaie che si portavano il cibo da casa e passavano la pausa pranzo nel cucinino, si scaldavano anche qualcosa, sebbene io ricordi in modo vivido gli incarti oleati con la coppa e il salame.

Giocavo con le costruzioni di legno che tutti i bambini di un anno ancora adesso usano, poi con le macchinine, poi sarò anche uscito da quel recinto, una volta imparato a camminare. Comunque, in breve ho appreso i nomi di quelle macchine e le funzioni – e ogni operaia aveva il suo compito come è sempre stato nel mondo industrializzato, nessuna interinale, nessun co.co.co. Contratti seri. E contabilità sempre in ordine: a quella pensava mio papà, che di giorno lavorava in una multinazionale a Milano e la sera, sorbitosi il viaggio in treno, cenava e si metteva a studiare per diventare ragioniere e intanto batteva a macchina le fatture e riempiva i registri con la sua calligrafia ordinata.

Dicevo delle macchine. Cosa serviva? Dunque: la 8 e la 12, che sfornavano i teli per le maglie: le operaie spostavano il telaio da destra a sinistra e viceversa e a ogni passata il telo si allungava impercettibilmente, ma in breve arrivava alla misura voluta – non è così semplice: bisognava anche controllare gli aghi, spesso si rompevano e andavano sostituiti; c’era da oliare gli ingranaggi, c’erano dei pesi da attaccare ai teli; c’erano i coni di lana o cotone da tenere d’occhio. Poi arrivarono dei mastodonti grigi che lavoravano da soli: le Stoll, con un sistema di lettura a schede perforate che consentiva anche disegni jacquard. E naturalmente, come avrete già capito, il numero di operaie diminuì: una ragazza che si sposava o andava in maternità decideva di non lavorare più e dedicarsi alla famiglia e non veniva sostituita. Lo so, è triste, ma è la legge del mercato. Come è triste che i soldi per un’altra macchina da maglieria, la Coppo, tutta elettronica e smalto panna, andarono praticamente perduti perché nel frattempo era intervenuta una crisi di settore e quell’investimento risultò ormai superato. Mi piangeva il cuore quando la portarono via – avrò avuto già vent’anni e l’attività era ormai alla fine.

Ma proseguiamo nella visita: i teli venivano adagiati su lunghi tavoli dove la magliaia o “maestra” li segnava con il gesso bianco e li tagliava con le lunghe forbici. Il compito della magliaia era quello di mia mamma, che aveva già lavorato in gioventù, a 14 anni, mica come adesso! in un altro laboratorio. I teli tagliati passavano alle macchine per cucire, dove diventavano effettivamente maglie e dove venivano aggiunta la maglia rasata delle maniche e del bordo inferiore e rifinite, se c’erano, le asole o gli occhielli. Un’altra macchina, circolare, serviva per attaccare i colli; e qui c’era da sbizzarrirsi: a V, a lupetto, a lupo di mare, alla coreana, a girocollo, a barchetta, alla Serafino – sì, come il pastore di Celentano. Adesso il prodotto era finito: ci si attaccavano i bottoni se era un gilè o una Serafino e il capo veniva stirato da un’altra macchina, a vapore. Ah, se la avessi adesso invece del ferro! Come mi piacevano quegli sbuffi bianchi.. Qui venivano anche controllati eventuali difetti, se c’erano delle macchie venivano tolte con uno smacchiatore del quale ricordo ancora il nome, il Pludtach. Il prodotto finito veniva imbustato in un sacchetto trasparente con il marchio del maglificio: se l’ordine era di un grossista finiva in uno scatolone o veniva legato in un pacco: quante volte ho accompagnato mio nonno a Milano, a Bergamo, a Monza o a Lecco per consegnarli! Andavamo con la sua Giulia e qualche volta persino in treno. Se invece l’ordine era di un privato, che era venuto nel nostro punto di vendita – un piccolo locale dove c’era anche lo studio in cui mio papà premeva i tasti di una calcolatrice e ne usciva curiosamente un lungo foglio bianco, un serpente di carta ai miei occhi di bambino – allora lo si portava lì in attesa che il cliente lo venisse a ritirare.

Cosa si può dire di allora? Che erano altri tempi, che il lavoro si trovava con estrema facilità, che un lavoro non era mai troppo umile, che ci si accontentava di poco. Che ricordo con molto piacere i rapporti umani che si venivano a creare: ogni anno le operaie venivano portate in gita in qualche località turistica, erano tutte al mio battesimo, invitavano al matrimonio i miei nonni, ancora anni dopo la chiusura del laboratorio ci venivano a trovare… Ce n’è una che incontro talvolta al supermercato e ancora mi saluta e mi chiede come vadano le cose, come stiano tutti… e sono almeno 40 anni che non lavora più.

E poi, poi che cosa è successo? Che i miei nonni sono andati in pensione come artigiani prendendo tra l’altro una miseria – mia nonna si è lamentata di questo fino all’ultimo giorno dei suoi 94 anni – e hanno ceduto l’attività per qualche anno a mia madre. Ma i tempi erano cambiati, le difficoltà imprenditoriali erano sempre più alte, cominciava la concorrenza cinese a prezzi più contenuti. Insomma, non ci stavano dentro più, e nel 1986, dopo aver patito per un paio d’anni l’umiliazione dei lavori su commissione per altre aziende, il glorioso maglificio nato nel 1950 e presente più volte al Comis, la fiera milanese di settore, chiuse i battenti. Ma è sempre nella mia memoria e anche nel mio cuore, visto che sto scrivendo dove un tempo c’era il bobinatoio, l’aggeggio che prendeva le matasse di lana e le trasformava in coni o rocche da utilizzare sulle macchine: infatti, con un’operazione a metà tra la nostalgia e il vintage, quasi vent’anni fa ho trasformato il laboratorio nel mio studio: una specie di loft post-industriale dove mi sento davvero a casa…

 

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2011

scritto per TIMU – Le vie del lavoro

sabato 2 giugno 2012

La signora

 

La scorsa settimana ho preso il treno per Baltimora, quello che parte dalla Penn Station alle due e cinque del pomeriggio e arriva alle quattro e trentacinque. Viaggio tranquillo, mi sono immerso nella lettura di un volume di racconti di Henry James. Almeno, fino a Philadelphia.

È lì che ho notato la signora vestita di nero con un cappellino elegante e alcuni quaderni che sfogliava con attenzione. Ti devo dire che da allora ho faticato a tenere gli occhi sul libro: controllavo di continuo cosa facesse la bella signora, attento a ogni mossa che faceva – in realtà continuava a scartabellare quei suoi fogli: ero riuscito a notare che erano scritti a mano con un carattere minuto, femminile, a inchiostro blu. Sembravano sterminate file di nomi.

Teneva le gambe accavallate: la sinistra poggiava sulla destra. Quando è passato il controllore, nel movimento per porgere il biglietto la gonna corta è risalita un po’ sulle cosce; con un rapido gesto delle mani l’ha risistemata. Il pensiero che stavo seguendo si è perso, come in un gomitolo che abbia molti capi, tutti dello stesso colore. Ma lei ha colto il mio sguardo che si staccava, che andava a vagare fuori dal finestrino per i campi dell’America rurale: eravamo dalle parti di Wilmington ormai, nel Delaware. “Stia tranquillo” mi ha detto, “non sono qui per lei”.

Quella frase sibillina rimase nell’aria, come una promessa mancata. Chissà cosa voleva dire. E chi era quella donna. Abbandonai il libro sul sedile, ormai non avevo più la concentrazione necessaria per leggere, ero intrigato da quella presenza di fronte a me nello scompartimento, ma non osavo neanche più guardarla dopo che il mio sguardo era stato sorpreso dai suoi occhi vigili. Osservavo il pomeriggio fluttuare sui campi, sui villaggi, sulle periferie e andavo a lei solo con la coda dell’occhio. Al massimo studiavo il suo riflesso leggero nel vetro del finestrino.

Finalmente giungemmo a Baltimora. Presi la mia borsa di pelle, lei raccolse i suoi quaderni. Altri viaggiatori giunsero con i bagagli. C’era anche Jonathan Smith-Johnson, il professore di Etnologia comparata che conoscevo da quando l’avevo intervistato per il New York Herald nel 1934. Mi fece un cenno di saluto e uno dei suoi soliti grugniti. Ma sembrava conoscere la signora. O almeno così credevo quando, abbandonando la Penn Station di Baltimora, li vidi andare via discutendo amichevolmente. La signora aveva posto un braccio sotto il suo e camminavano tranquilli.

Ieri ho saputo che Jonathan Smith-Johnson è morto proprio quel giorno, sul treno da New York a Baltimora: un colpo apoplettico lo ha fulminato. E allora ho compreso chi fosse quella signora che mi aveva detto: “Stia tranquillo, non sono qui per lei”…

 

Compartment C, Car 293

EDWARD HOPPER, “COMPARTMENT C, CAR 293”